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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Parafrasi e analisi della poesia

(Canti pisano-recanatesi, XXIII)

Giacomo Leopardi

· Pubblicato ·

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è la poesia più impegnativa dei Canti pisano-recanatesi. Composta tra il 1829 e il 1830, alla vigilia della partenza definitiva del poeta da Recanati, si ispira alla lettura di un articolo di un giornale francese (Journal des Savants) in cui si racconta che le popolazioni nomadi dell’asia centrale vivono in stretto contatto con la natura, si riuniscono ogni sera attorno a dei falò e intonano canti tristi alla luna.
In questo idillio Leopardi immagina un canto intonato da uno di questi pastori la sera mentre osserva la luna e riflette sulla vita.


TESTO

PARAFRASI

[1] Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

[1] Che fai (che fai…che fai - anafora) tu luna in cielo! dimmi che fai, o luna amica del silenzio?
Spunti (sorgi) la sera e vai illuminando i deserti, quindi tramonti (ti posi). Ancora (ancor…ancor…ancor - anafora) non sei soddisfatta (paga - appagata) di ripercorrere (riandare) gli stessi (sempiterni) sentieri [del cielo] (calli - latinismo)?. Ancora non ti sei nauseata (non prendi a schivo - litote), sei ancora desiderosa (vaga) di contemplare (mirar) queste terre (valli)? La vita del pastore somiglia alla tua vita (alla tua vita/ la vita - anadiplosi).
Si alza (sorge - metafora) alle prime luci dell’alba (in sul primo albore – albore è latinismo) e spinge il gregge (move la greggia oltre) per i (pel) campi, e vede greggi, sorgenti (fontane) e prati (erbe sineddoche la parte per il tutto); infine stanco si riposa al sopraggiungere della sera (in su la sera): non spera mai altro (altro mai non ispera).
Dimmi (Dimmi… Dimmi - anafora), o luna (apostrofe), che valore ha (a che vale) per il pastore la sua vita, e la vostra vita [di astri] (la sua vita / la vostra vita - anadiplosi) per (a) voi (Al pastor…a voi - chiasmo)? dimmi: verso dove va (ove tende) questo mio breve vagare e il tuo percorso (corso) immortale?

[21] Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

[21] [Un] Vecchietto coi capelli bianchi (bianco - sineddoche), malato (infermo), seminudo (mezzo vestito) e scalzo (vv.21/22 climax), con un pesantissimo (gravissimo) fardello sulle spalle, attraverso (per) montagne e valli, attraverso (per) sassi sporgenti (acuti) e sabbia (rena) in cui si sprofonda (alta) e sterpaglie (fratte – vv.24/25 climax), con il vento, con la tempesta, sia (e) quando il tempo (l’ora) è rovente (avvampa), sia (e) quando poi gela (vv.26/27 climax), corre via, corre, respira affannosamente (anela), attraversa (varca – vv.28/29 climax) torrenti e paludi, cade, si rialza (risorge), e si affretta sempre di più (e più e più s'affretta - v.30 climax) senza mai un attimo di riposo o di tregua (senza posa o ristoro), lacero, sanguinante; fino a quando arriva (infin ch'arriva) nel luogo (colà) dove il suo cammino (la via) e il grande faticare (il tanto affaticar) furono rivolti (fu volto): un abisso orrido (abisso orrido – la morte), immenso, precipitando nel quale egli (ov'ei) dimentica (obblia) tutto.
Vergine luna (apostrofe), questa (tale) è la vita degli uomini (vita mortale – tale/mortale = rima baciata).

[39] Nasce l'uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell'umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
e` lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

[39] L’uomo nasce con dolore (a fatica), e la nascita (nascimento) costituisce (è) un rischio di morte. Appena nato (per prima cosa) prova pena e tormento; e subito (in sul principio stesso) la madre e il padre (genitore) iniziano (il prende) a consolarlo per essere nato.
Poi man mano che cresce (Poi che crescendo viene), l’uno e l’altro [i genitori] lo aiutano (il sostiene), e di continuo (via pur sempre), con azioni (atti) e parole, si sforzano (studiasi) di fargli coraggio (fargli core), e di consolarlo del fatto di essere uomo (dell'umano stato): da parte dei genitori (parenti - latinismo) non viene fatto (non si fa) ai loro figli (alla lor prole) altra mansione (ufficio) più gradita (più grato).
Ma perché (perché…perché…perché - anafora) dare alla luce (dare al sole metafora - sta per: far nascere), perché mantenere (reggere) in vita chi poi bisogna (convenga - sia necessario) consolare della vita (di quella)? Se la vita è sventura perché viene da noi sopportata (si dura – sventura/dura = rima baciata)?
O luna intatta (apostrofe), questa (tale) è la condizione umana (stato mortale).
Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa (ti cale) delle mie parole (del mio dir).

[61] Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l'ardore, e che procacci
il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
così meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell'innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.

[61] Eppure tu (Pur tu), solitaria (solinga), eterna viandante [del cielo] (peregrina), che sei così pensierosa,  forse tu capisci (intendi) che cosa sia (che sia / che sia - anadiplosi) questa vita terrena (viver terreno), il nostro soffrire (il patir nostro), i sospiri, che cosa sia questo morire, questo estremo impallidire del viso (supremo scolorare sembiante - metafora), questo sparire (perir) dalla terra, e abbandonare (venir meno) ogni compagnia consueta (usata) e amata (amante).
E tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi lo scopo (il frutto - metafora) del mattino, della sera, del silenzioso (tacito) infinito scorrere (andar) del tempo.
Tu (Tu…tu - anafora) sai, tu certamente, a qual suo dolce amante (amore - metonimia) sorrida la primavera (personificazione), a chi porti vantaggio (giovi) il caldo (l'ardore - metafora), e che cosa ottenga (procacci) l’inverno (il verno) con i suoi ghiacci.
Tu conosci mille (mille…mille - anafora) cose, ne scopri mille, che sono nascoste (celate) al semplice pastore.
Spesso quando io ti osservo (ti miro) mentre stai silenziosa (così muta) sulla pianura deserta che, all’orizzonte estremo (in suo giro lontano), confina con il cielo (al ciel confina); oppure (ovver) mentre mi segui spostandoti  (viaggiando) passo a passo (a mano a mano) con il mio gregge; e quando guardo in cielo luccicare le stelle (arder le stelle - metafora); dico pensando fra me: perché (a che) tante fiammelle (facelle – da fiamma, voce dantesca)? che cosa significa (fa) lo spazio (l'aria) senza fine (infinita) e quel profondo cielo (seren - sineddoche)  infinito? che cosa significa questa immensità [dell’universo] in cui l’uomo è solo (solitudine immensa)? e io che cosa sono?
Così penso tra me e me (meco ragiono): sia (e) dell’universo (stanza - metafora) infinito (smisurata) e grandioso (superba allitterazione della sstanza smisurata superba), sia (e) degli innumerevoli esseri che vi abitano (innumerabile famiglia - metafora); poi neppure del tanto affaccendarsi (tanto adoprar), dei numerosi movimenti (tanti moti) degli astri  (ogni celeste - sineddoche) e delle cose terrene che girando senza posa per ritornare sempre là da dove si sono mosse (là donde son mosse – dal punto di partenza); non so indovinare alcun senso (uso alcuno) e nessuno scopo (frutto – v.97 chiasmo). Ma tu sicuramente, immortale giovinetta (giovinetta immortal - ossimoro), conosci tutto ciò (il tutto).
Questo soltanto io conosco e capisco (sento), che (che… che - anafora) dell’eterno movimento degli astri (eterni giri), che della mia fragile (frale - fragile, effimero) esistenza (esser) qualche utilità (bene) o gioia (contento) l’avrà forse qualcun altro (avrà fors'altri); per me la vita è sofferenza (male).

[105] O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
quasi libera vai;
ch'ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

[105] O gregge mia (apostrofe e personificazione) che ti riposi (posi), o te beata che, credo, non conosci (non sai) la tua miseria!
Quanto ti invidio (Quanta invidia ti porto)! Non solamente perché sei (vai) quasi senza (libera) sofferenza (affanno); dato che (ch') ogni fatica (stento), ogni danno, ogni timore per quanto grande (estremo timor), scordi subito; ma soprattutto (ma più) perché non provi mai noia (tedio).
Quando tu stai sdraiata (tu siedi) all’ombra, sul prato (erbe), sei tranquilla e contenta (queta e contenta - endiadi); e gran parte dell’anno trascorri in tale condizione (in quello stato) senza noia.
Anche io (Ed io pur) sto seduto sul prato (erbe), all’ombra, e (e…ed - polisindeto) un pensiero (fastidio) mi opprime (m'ingombra – ombra/ingombra = rima baciata) la mente, e una irrequietezza quasi mi stimola (uno spron quasi mi punge - metafora), così che, pur stando seduto (sedendo), sono più che mai lontano (lunge – punge/lunge = rima baciata) dal trovare pace o riposo (loco).  
Eppure, non desidero nulla (nulla non bramo), e non ho per il momento (fino a qui), alcun motivo (cagion) di lamentarmi (di pianto).
Di cosa (Quel che) o quanto tu gioisca (goda) non so certo (già) dire; ma sei fortunata.
E anch’io gioisco (io godo ancor) poco, o gregge mia (apostrofe), né mi lamento solamente di questo (di ciò sol mi lagno).
Se tu sapessi parlare, io ti chiederei: dimmi: perché giacendo comodamente nell’ozio (a bell'agio, ozioso) ogni animale è appagato, [invece] se io giaccio a riposarmi (in riposo) la noia (tedio – noia esistenziale) mi (me) assale?

[133] Forse s'avess'io l'ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

[133] Forse (forse…forse…forse - anafora), se io avessi le ali (l'ale) per (da) volare sopra le nubi, e contare (noverar) le stelle ad una ad una, o [potessi] viaggiare (errar) come il tuono di vetta in vetta (di giogo in giogo), sarei più felice (più felice sarei…più felice sarei - anafora), mio dolce gregge (apostrofe), sarei più felice, candida luna.
O forse il mio pensiero si allontana dalla verità (erra dal vero - sbaglia), guardando (mirando) la condizione (sorte) altrui: forse in qualsiasi (in qual… in quale - anafora) aspetto (forma), in qualunque condizione (stato) che sia, dentro una tana (covile) o una culla (cuna), il giorno della nascita (il dì natale) è funesto per (a) chi nasce.




Tematica

Il tema centrale dell’idillio Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è la riflessione filosofica sul senso dell’esistenza degli esseri viventi.


Riassunto del testo

  • Prima strofa vv.1-20 – la strofa si apre con una serie di interrogativi che un pastore rivolge alla luna (dimmi viene ripetuto 3 volte: vv.1, 16, 18) sul senso ultimo dell’esistenza, sul suo valore e sul suo scopo. Le domande riguardano sia l’esistenza in sé, sia l’esistenza dell’essere umano.
  • Seconda strofa vv.21-38 – descrive un vecchio stanco e malato, dai capelli bianchi e malamente vestito che, con ogni condizione di tempo, ogni giorno, cammina, fatica e soffre sino ad arrivare ad un abisso in cui precipita dimenticando tutto. E’ così anche la vita degli uomini? una vita priva di significato e scopo,che va inevitabilmente verso l’abisso della morte che tutto annulla?
  • Terza strofa vv.39-60 – dopo una serie di costatazioni sul prevalere della sofferenza nella vita, a partire dall’evento della nascita, il pastore chiede perché mettere al mondo creature che poi è necessario consolare? perché gli uomini sopportano una vita che è solo dolore? ma la luna forse non essendo mortale non risponde e rimane indifferente riguardo alla sorte terrena dell’uomo.
  • Quarta strofa vv.61-104 – Il pastore ipotizza che forse (v.62) il significato dell’esistenza è noto alla luna, in quanto creatura superiore, anzi lo è certamente. La sofferenza, la morte, la perdita e il lutto, il susseguirsi dei giorni, delle stagioni e del tempo hanno un significato che sfugge al pastore ma che certamente (v.69 e 73) la luna comprende e di cui conosce lo scopo. Osservando la luna in cielo il pastore sente il bisogno di interrogarsi anche sul perché delle stelle, dello spazio, dell’universo, del movimento degli astri, anche di queste cose certamente la luna conosce il senso, ma per gli uomini l’unica certezza in base alla loro esperienza di vita è che l’esistenza è sofferenza.
  • Quinta strofa vv.105-132 – Il pastore adesso si rivolge al suo gregge e non più alla luna, ed esprime invidia per gli animali che non ponendosi mai alcun tipo di domande di senso ed accontentandosi di stare ad oziare all’ombra nel prato hanno una vita molto più felice. Lui invece e l’uomo in generale non possono esimersi dal porsi domande e l’ozio che appaga ogni animale per l’uomo diventa tedio, noia. L’insoddisfazione assilla l’uomo perché consapevole della vanità dell’esistenza.
  • Sesta strofa vv.133-143 – la conclusione è che forse non serve essere come la luna e vedere le cose dall’alto, né essere come un animale per vivere felici perché la vita in se stessa è una sventura, in qualsiasi condizione venga vissuta ed il fatto stesso di nascere è funesto. La vita è male e il male ha una dimensione cosmica che colpisce tutti gli esseri viventi.

Titolo

La formulazione del titolo rivela nella scelta ogni termine il contesto filosofico a cui Leopardi vuol fare riferimento:

  • Canto – oltre che alla dimensione lirica del testo, rimanda all’abitudine di certe popolazioni nomadi asiatiche di passare la notte a guardare la luna cantando tristemente;
  • Notturno – la notte è il momento in cui ci si pone i grandi interrogativi esistenziali e sottolinea inoltre, in relazione al buio della notte, la mancanza di risposte certe;
  • Pastore – fa riferimento al suo compito di guida del gregge e quindi di esploratore, nomade, alla ricerca della verità;
  • Errante – esprime un polisenso:
    • rappresenta colui che viaggia legato al carattere nomade del pastore e di conseguenza anche del vagare alla ricerca di significato nella vita
    • e dall’altro anche colui che erra, significa cioè che vi è un errore insito in tale ricerca data la vanità di trovare significati certi;
  • Asia – ai tempi di Leopardi l’Asia rappresentava l’ignoto.

L’insieme del titolo, quindi, vuol fare riferimento alla condizione esistenziale di solitudine dell’uomo nella vana ricerca di risposte.


Analisi del testo

Canto notturno di un pastore errante dell’ Asia è un componimento di natura filosofica in cui un pastore si rivolge alla luna e le pone domande sul senso ultimo della vita. La luna non gli risponde, esattamente come avviene nel dialogo delle operette morali, Dialogo della natura e di un islandese,in cui il protagonista, un islandese incalza con gli stessi interrogativi la natura che non risponde.
Nonostante tutta la lirica sia la ricerca di un dialogo, si trasforma invece in un monologo, un lungo monologo in cui la ricerca di senso del pastore segue un percorso:

  • Inizialmente prende le mosse dalla vita quotidiana del protagonista: la sveglia all’alba, il pascolare il gregge, il riposo serale (vv.11-15);
  • continua in riferimento alla comune esperienza di tutti gli uomini: la nascita e l’infanzia, le sofferenze, il morire, lo scorrere del tempo e delle stagioni (vv.39-76).
  • Consegue una riflessione sullo smarrimento esistenziale percepito dal pastore (vv.79-104);
  • Conclude con la consapevolezza dell’inevitabilità del dolore umano: la vita è un alternarsi di noia e sofferenza e nulla dà senso all’esistere. Nessuna speranza è possibile.

Pessimismo cosmico

La riflessione del pastore individua due possibili alternative all’insensatezza dell’esistere per trovare una condizione di non-dolore:

  • La prima è data dalla condizione elevata degli astri: la luna rappresenta il punto di vista superiore, il sapere e il capire (tu forse intendi…, tu certo comprendi…, Tu sai, tu certo…, vv. 61-69);
  • La seconda è data dalla condizione umile del gregge di pecore, animali il cui appagamento deriva dal semplice seguire il proprio istinto.

Il pastore non può aderire né al punto di vista elevato della luna, perché l’uomo non è all’altezza di competere con un essere superiore e di entrare in comunicazione con lui, né al punto di vista terra terra delle pecore, perché l’uomo non è puro istinto ma ha in sé l’aspirazione di conoscere; nessuna delle due alternative è percorribile.
Non è possibile avanzare nessuna ipotesi che possa sostenere la verifica oggettiva e rimane solo la costatazione dell’insensatezza e della sofferenza.
Il canto ribadisce con ciò la teoria del pessimismo cosmico: la vita è una corsa senza senso, verso il nulla della morte.


Io lirico

In questo idillio la figura che dice io, l’io lirico, non è il poeta ma un personaggio molto lontano dalla condizione del poeta: un pastore.
Leopardi non sceglie un personaggio importante come protagonista della lirica ma sceglie una persona molto semplice, lontana dalla civiltà occidentale e che vive una vita ancora primitiva perché vuole dar voce al punto di vista ingenuo e originario dell’uomo.
Il punto di vista spontaneo e diretto del pastore, che si pone domande sul significato dell’esistenza, è il bisogno antropologico di trovare senso e valore.
Il pastore esprime la riflessione dell’uomo comune, inquieto, alla ricerca di risposte e che si scontra con la sua limitatezza. La sua ignoranza rispecchia la condizione di tutti gli uomini che ignorano il mistero.


Topos della luna

Il topos romantico della luna in questa poesia viene rovesciato, non è più la luna consolatrice del Dì di festa, non è più la luna con la quale il poeta romantico entra in contatto e comunica,ma è una luna indifferente alle sorti umane.
La luna è antropomorfizzata, appare al pastore come una creatura umana assorta nei pensieri, o che contempla qualcosa, o si riposa, ecc.
Vari aggettivi accompagnano le apostrofi alla luna:

  • silenziosa - v.1 – aggettivo riferito sia all’assoluto silenzio del paesaggio notturno, sia alla consapevolezza del pastore che la luna non risponderà alle sue domande;
  • vergine e intatta- v. 37 e v.57 - sia perché miticamente personificata in Artemide-Diana, la vergine cacciatrice ed anche nel senso di intatta perché estranea, non toccata dalle vicende umane;
  • solinga, eterna, peregrina – v.61 – attributi caratteristici che rendono la luna una creatura superiore;
  • pensosa – v.62 – in quanto creatura superiore conosce il perché dell’esistenza;
  • muta – v.80 – è lo stesso motivo per cui è definita anche silenziosa: la luna conosce ma non dice, interrogata sul senso della vita, tace - il silenzio ritorna come elemento che scaturisce dall’indifferenza e dal disinteresse della luna per le situazioni umane;
  • giovinetta immortal – v.99 – ossimoro che evidenzia la sua natura divina;
  • candida - v. 138 - sempre nello stesso senso per cui l’ha già definita vergine e intatta.

Tutti questi aggettivi evidenziano la lontananza e l’estraneità della luna rispetto agli esseri viventi.


La luna e il pastore

Leopardi stabilisce un parallelismo tra la vita della luna e la vita del pastore (Somiglia alla tua vita la vita del pastore, vv.9-10), ovvero dell’uomo in genere, lo si vede anche dalla corrispondenza dei verbi utilizzati per la luna e per il pastore:

  • sorgi/sorge, vv.3/11;
  • vai/move, vv.3/12;
  • contemplando i deserti/vede greggi, vv.4/12-13;
  • indi ti posi/poi stanco si riposa, vv.4/14

ma ne sottolinea anche l’antitesi perché l’uomo è mortale mentre la luna rivela una natura trascendente, l’uomo ignora mentre la luna sa, è consapevole.


Analisi metrica

Canzone libera di sei strofe di varia lunghezza (da un minimo di 11 a un massimo di 44 versi), di endecasillabi (80) e settenari (63), con rime libere ad eccezione dell’ultimo verso di ogni strofa che rima sempre in ale.
Tantissimi gli enjambements, le rime interne, le assonanze e le allitterazioni.

Ritmo più incalzante e mosso nelle prime tre strofe e più rallentato e meditativo nelle ultime tre.


Figure retoriche

Approfondimento di alcune figure retoriche:

Adynaton

  • Se tu parlar sapessi, io chiederei, v.128
  • Forse s'avess'io l'ale / più felice sarei, v.133-138

Allegoria della vita e delle sue difficoltà:

  • una lunga allegoria occupa la seconda strofa in cui la vita umana è paragonata ad una corsa di un vecchio stanco e malato (vecchierel) che rappresenta l’uomo. Leopardi vuole rappresenta le difficoltà della vita attraverso le difficoltà di un vecchio pastore, la cui corsa finisce in un abisso in cui cade ed in cui tutto viene dimenticato, così come il punto d’arrivo della vita umana è l’abisso della morte che cancella per sempre ogni ricordo.

Anastrofe

  • chi poi di quella consolar convenga, v.54
  • il patir nostro, il sospirar, che sia, v.64
  • Mille cose sai tu, v.77
  • al ciel confina, v.81
  • uso alcuno, alcun frutto / indovinar non so, vv.97-98
  • degli eterni giri, / che dell'esser mio frale,  / qualche bene o contento / avrà fors'altri, vv.101-104
  • che la miseria tua, credo, non sai, v.106
  • d'affanno / quasi libera vai, vv.108-109
  • ogni stento, ogni danno / ogni estremo timor subito scordi, v.110-111
  • gran parte dell'anno / senza noia consumi in quello stato, vv.115-116
  • Quel che tu goda o quanto, / non so già dir, vv.124-125
  • né di ciò sol mi lagno, v.127
  • Se tu parlar sapessi, v.128
  • forse erra dal vero, / mirando all'altrui sorte, il mio pensiero, vv.139-140

Antitesi

  • questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale, vv.19-20
  • Mille cose sai tu,… / che son celate al semplice pastore, vv.77-78

Climax

  • Vecchierel bianco, infermo, / mezzo vestito e scalzo, vv.21-22
  • Per montagna e per valle, / per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, vv.24-25
  • al vento, alla tempesta, e quando avvampa / l'ora, e quando poi gela, vv.26-27
  • corre via, corre, anela, / varca, vv.28-29
  • cade, risorge, e più e più s'affretta, v.30

Chiasmo

  • al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi, vv.17-18, complemento di termine (al pastor) – soggetto (la sua vita) / soggetto (la vostra vita) – complemento di termine (a voi)

Iperbole

  • abisso orrido, immenso/ ov'ei precipitando il tutto obblia, vv.35-36

Ossimoro

  • giovinetta immortal, v.99;
  • è funesto a chi nasce il dì natale, v.143

Perifrasi

  • questo supremo / scolorar del sembiante, vv.65-66, perifrasi per dire: il morire;
  • venir meno / ad ogni usata, amante compagnia, vv.67-68, altro giro di parole sempre per dire il venir meno della vita, cioè il morire.

Prosopopea

  • Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi, vv.3-4 – personificazione della luna.



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Rappresentazione teatrale dell'uomo dal fiore in bicca di Lavia

Luigi Pirandello: L'uomo dal fiore in bocca

riassunto della famosa novella di Luigi Pirandello che mette a fuoco il dramma dell'uomo di fronte alla morte. Il protagonista si interroga sulla vita e sulla morte facendo emergere il tema, caro a Pirandello, dell'incomunicabilità e della relatività del reale... [vai al riassunto]

Il fu Mattia Pascal - copertina del libro

Luigi Pirandello: Fu Mattia Pascal

riassunto del capolavoro di Luigi Pirandello sulla crisi di identità dell'uomo contemporaneo, prigioniero della maschera che la società gli attribuisce. Il protagonista muore e rinasce tre volte come Mattia Pascal, Adriano Meis e Fu Mattia Pascal... [vai al riassunto]

Konrad Lorenz con l'ochetta Martina

Konrad Lorenz: L'ochetta Martina

riassunto e analisi di uno dei più famosi racconti di Konrad Lorenz, famoso etologo, tratto dalla sua opera: L'anello di Re Salomone. L'ochetta selvatica Martina diventa parte della famiglia e identifica Lorenz con la propria mamma...[vai al riassunto]

La figlia di Iorio, quadro a tempera di Francesco Paolo Michetti del 1895

Gabriele D’Annunzio: La figlia di Iorio

riassunto e analisi della tragedia pastorale in versi che racconta la storia di Mila di Codro, figlia del mago Iorio, e il suo amore impossibile per il pastore Aligi, già destinato al matrimonio con Vienda di Giave....[vai al riassunto]