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Parafrasi e analisi della poesia
A Silvia

(Canti, XXI)

Giacomo Leopardi

· Pubblicato ·
Dipinto di Silvestro Lega dal titolo La bigherinaia
Dipinto di Silvestro Lega dal titolo La bigherinaia

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La poesia “A Silvia” è dedicata a Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, che morì di tubercolosi molto giovane. E’ stata composta a Pisa nel 1828 e fa parte dei canti pisano-recanatesi.


TESTO

PARAFRASI

[1] Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

[1] Silvia (apostrofe), ricordi (rimembri) ancora il  (quel) tempo in cui eri ancora viva (tempo della tua vita mortale), quando la bellezza risplendeva nei tuoi occhi sorridenti (ridenti) e schivi (fuggitivi) e tu, lieta e pensosa (ossimoro – che prelude alla tragica morte della ragazza), stavi raggiungendo la soglia che immette nella giovinezza (il limitare di gioventù salivi: metafora in cui la vita viene paragonata ad una strada in salita che Silvia si appresta a percorrere - salivi è l’anagramma di Silvia).

[7] Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

[7] Risuonavano (Sonavan - con i verbi al passato delle strofe 2 e 3 Leopardi introduce una sorta di flashback in cui rievoca scene della loro infanzia comune) le [mie] stanze silenziose (le quiete stanze) e le vie che la circondano del tuo canto continuo (perpetuo canto), quando (allor che) eri occupata (intenta) nei lavori femminili (opre femminili) sedevi contenta di quel avvenire incerto (vago – bello di una bellezza indefinita) che sognavi.
Era il mese di Maggio (mese che vuol rappresentare la primavera della vita) profumato (odoroso = rievoca l’immagine della primavera attraverso i suoi profumi): e tu eri solita trascorrere (menare) così le tue giornate.

[15] Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

[15] Io lasciando a volte (talor) gli studi piacevoli (leggiadri) e le fatiche letterarie (sudate cartemetonimia - faticose così da far sudare) in cui (ove) si consumava (si spendea) la mia giovinezza (il tempo mio primo) e la parte migliore di me, dai balconi (veroni) della casa paterna (paterno ostello) porgevo gli orecchi al suono della tua voce e al rumore del faticoso telaio (faticosa tela - metonimia) che velocemente veniva mosso dalla tua mano.
Guardavo (Mirava) il cielo sereno, le strade illuminate dal sole (dorate), i giardini (orti, latinismo da hortus – indice di fertilità) e da qui (quinci assonanza con lungi) il mare in lontananza (da lungi) e da qui (quindi) le montagne. Le parole (lingua mortal - metonimia) non possono dire quello che provavo dentro di me (in seno).

[28] Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

[28] Che (Cheche - anafora) pensieri dolci (soavi), che speranze, che cuori (cori = ‘cuori’ e per traslato ‘sentimenti’ nel senso che nel cuore hanno sede i sentimenti), o mia Silvia (apostrofe)!
Come (Quale) ci apparivano allora la vita umana e il destino (fato)!
Quando mi ricordo (sovviemmi) di una così grande speranza (cotanta speme) mi opprime (mi preme) un sentimento (affetto)  doloroso (acerbo) e disperato (sconsolato) e ricomincio a sentire tutto il dolore (tornami a doler) per la mia vita sventurata.
O natura, o natura (apostrofe - attacco alla natura matrigna, crudele ingannatrice) perché (perchéperché - anafora) poi non dai (rendi) quel che prima (allor – in gioventù) prometti? Perché così tanto (di tanto)  inganni i tuoi figli (figli tuoi = gli uomini - metafora)?
Tu (Silvia) prima che l’inverno facesse seccare l’erba (pria che l’erbe inaridisse il vernometafora per dire prima che arrivasse l’età matura) morivi (perivi),  combattuta e vinta da una malattia invisibile (chiuso = oscuro, implacabile: la tisi), o povera creatura fragile (tenerella - apostrofe). E non conoscevi (vedevi) il megli dei tuoi anni (il fior degli anni tuoimetafora per dire la giovinezza); non ti allietava (molceva) il cuore ascoltare le dolci lodi [rivolte] ora alla bellezza dei tuoi capelli neri (negre chiome), ora ai tuoi occhi che innamorano (innamorati – part. con senso attivo) e sfuggenti (per il primo turbamento d’amore); né le compagne con te (teco) discorrevano d’amore (ragionavan d’amore)  nei giorni di festa (ai dì festivi).

[49] Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

[49] Poco dopo (fra poco) moriva (peria)  anche (Anche.…anche - anafora) le mia dolce speranza (la speranza mia dolce):  anche alla mia vita (agli anni miei) il destino (i fati) ha negato (negaro) la giovinezza.
Ahi come (come, come – la ripetizione evidenzia la drammaticità della perdita della speranza), sei passata, cara compagna (apostrofe) della mia giovinezza (età mia nova), mia compianta (lacrimata) speranza (speme - metafora: Silvia è diventata il simbolo della speranza).
Questo (Questo.…questi…questa - anafora)  [che ora ho conosciuto] è quel mondo [tanto desiderato]? Questi i piaceri, l’amore, il lavoro, gli accadimenti (i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi, - variazione del chiasmo con cui inizia il poema Orlando furioso di Ariosto), di cui  parlammo (Leopardi si rivolge alla speranza) tanto insieme?
Questa è la sorte degli uomini (umane genti – la riflessione da soggettiva diventa oggettiva e si estende a tutti gli uomini)?
Tu povera (misera - apostrofe) [speranza] all’apparire della verità (all’apparir del vero  = appena la vita si è rivelata per quello che è veramente), sei crollata: e con la mano indicavi (mostravi) allontanandoti (di lontano) la fredda morte e la tomba disadorna (ignuda).



Analisi del testo della poesia

Il tema riporta ai ricordi della giovinezza recanatese per sfociare nello svelamento della verità della condizione umana destinata al disinganno di ogni speranza.
A Silvia non è una poesia d’amore ma una poesia emblematica sulle speranze della vita che vengono sempre tradite. E’ incentrata su una coetanea di Leopardi, compagna di giochi che, morta precocemente, non è riuscita a vedere la maturità. Leopardi colloquia con lei, ricordando le esperienze parallele della loro giovinezza.
Silvia viene rappresentata nel fiore dei suoi anni, in primavera, la sua morte avviene nell’inverno seguente. La scelta delle stagioni non è casuale ma ponderata in base al significato metaforico: la primavera rappresenta la stagione della giovinezza ed il tempo della speranza e della gioia, mentre l’inverno è la stagione della morte e della delusione.
Leopardi si paragona a Silvia in quanto entrambi hanno sperimentato il tradimento delle speranze:

  • per Silvia la fiducia di una vita futura è stata stroncata dalla morte prematura;
  • Leopardi ha visto le sue aspettative giovanili deluse dal contatto con la vita adulta e dalla natura matrigna.

E’ una poesia del Leopardi maturo che mira a dimostrare l’infelicità costitutiva del genere umano.
Si possono individuare due piani temporali:

  • Il passato, lontano e indefinito, che corrisponde al tempo delle illusioni e delle speranze, quando Silvia era ancora in vita, fiduciosa, così come lo era anche il poeta, in un futuro felice anche se indefinito;
  • il presente, prossimo e definito, che corrisponde al tempo del disinganno attraverso il momento della rievocazione in cui tutte le speranze risultano deluse. La realtà del futuro che si è realizzato è ben diversa dalle aspettative.

La poesia si basa dunque sulla contrapposizione tra un prima illusorio e un dopo di disillusione, evidenziato anche attraverso l’alternanza di questo/quel in cui questo si riferisce al presente, tangibile e reale, e quel alla rievocazione delle passate speranze, inconsistenti e irrealizzate.


Titolo

Il nome Silvia viene preso da Leopardi dalla ninfa protagonista dell’Aminta di Torquato Tasso. Silvia è infatti la ninfa, di cui Aminta si innamora, morta troppo presto per conoscere l’amore.


Incipit

La poesia A Silvia si apre con la prima strofa in cui è formulata una domanda in cui è implicita una risposta negativa in quanto Silvia è morta. La funzione di questa domanda è di introdurre il pathos. Leopardi si sente vicino a Silvia, non come uomo innamorato, ma perché legge nel destino di  lei il suo proprio destino e quello di tutti gli uomini.


Struttura

La simmetria è alla base della costruzione della poesia con:

  • la prima strofa che introduce il tema ed ha funzione proemiale;
  • la seconda e la terza strofa, con una sorta di flashback, rievocano scene parallele della loro infanzia comune;
  • la quarta strofa 4 termina il flashback ed emerge il tema della natura che inganna;
  • la quinta e la sesta strofa, simmetricamente con la seconda e la terza,  ripropongono ancora un’analogia tra Silvia e il poeta, entrambi delusi nelle loro aspettative giovanili;
  • l’immagine finale mostra la conclusione con l’identificazione di Silvia con la speranza che  indica la tomba come unica verità e destino della condizione umana.

Analisi metrica

E’ il primo esempio, nella poesia leopardiana, di canzone libera che prevede libertà del metro e delle rime. Sono sei strofe di varia lunghezza, settenari (34) e endecasillabi (29) liberamente distribuiti e la rima non ha schema prestabilito. 27 versi su 63 sono privi di rima e gli altri liberamente rimati. L’unico elemento di regolarità è il ripetersi di un settenario alla fine di ogni strofa, rimato con uno dei versi che lo precedono.


CANZONE LIBERA:

La canzone libera rappresenta la canzone moderna che si contrappone al modello classico di canzone petrarchesca. La prima sperimentazione di canzone libera risale al poeta del seicento Alessandro Guidi. L’esempio di Guidi non ha grande fortuna e la canzone come forma metrica viene abbandonata, soprattutto nel settecento, per poi riprendere con la sperimentazione leopardiana che riparte dal modello della canzone petrarchesca per formularne uno tutto personale che prenderà anche il nome di canzone leopardiana. Leopardi utilizzerà questa forma metrica per oltre la metà dei testi che compone dopo A Silvia.


Figure retoriche

Oltre alle figure retoriche segnalate nella parafrasi vi sono anche:


  • Allitterazioni
    • lettere vi: “vita” (v. 2), “fuggitivi” (v. 4), “salivi” (v. 6), “sedevi” (v. 11), “avevi” (v. 12), “solevi” (v. 13), “soavi” (v. 28), “perivi” (v. 42), “vedevi” (v. 42), “schivi” (v. 46), “festivi” (v. 47), “mostravi” (v. 63);
    • lettera t (v. 2): “tempo-“tua-vi“ta-mor“tale”;
    • lettera l: “que“l-de“lla-morta“le”, “allorchè-all’-femminili” (v. 10);
    • lettere m e n: “e quinci il mar da lungi e quindi il monte” (v. 25);
    • lettera v: “vago-avvenir-avevi” (v. 12);
  • Anastrofe - ai versi 10/11: all’opre femminili intenta/sedevi
  • Climax- ai vv. 28/29: Che pensieri soavi, che speranze, che cori
  • Zeugma - ai vv. 20-21: porgea gli orecchi al suon della tua voce / e alla man veloce.
  • Chiasmi
    • ai vv.15-16: Io gli studi leggiadri/talor lasciando e le sudate carte (nome-aggettivo – aggettivo-nome).
    • Al v.62: la fredda morte ed una tomba ignuda (aggettivo - nome - nome - aggettivo).





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