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Erminia tra i pastori

(Gerusalemme Liberata, canto VII, Ottave 1 - 14)

Torquato Tasso

Olio su tela di Guercino raffigurante Erminia tra i pastori
Erminia tra i pastori, dipinto di Guercino 1648-49 (Fonte: Minneapolis Institute of arts)

TESTO

PARAFRASI


[1]

Intanto Erminia infra l’ombrose piante
d’antica selva dal cavallo è scorta,
né piú governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch’in sua balia la porta,
ch’al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed è soverchio omai ch’altri la segua.

 


[1]

Intanto Erminia fra le ombrose piante di un antico bosco dal cavallo è portata (scorta – participio passato di scorgere – sta per guidata/accompagnata), né più governa le briglie la mano tremante, e sembra quasi metà tra viva e morta [Questi versi ricordano Ariosto, “Orlando Furioso”, I, 33, vv. 1-8 relativi alla fuga precipitosa di Angelica.].
Per tanti e tanti luoghi cammina senza meta (si raggira = si muove in circolo) il cavallo (corridor) che in suo potere (balia) la porta, che infine anche dagli occhi altrui si dilegua, ed è inutile ormai che qualcuno la insegua.

 


[2]

Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fèra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d’ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s’anco è seguita.


[2]

Come dopo una lunga e faticosa caccia tornano tristi ed affannati (anelanti) i cani che hanno perduto le orme (traccia) della fiera, che dai luoghi aperti si è nascosta in una selva, così pieni d’ira e di vergogna in faccia ritornano (riedono) stanchi i cavalieri cristiani (similitudine con i cani che tornano senza preda).
Ella continua a fuggire (pur fugge), e timorosa e smarrita non guarda indietro a vedere se è ancora inseguita.


[3]

Fuggí tutta la notte, e tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d’intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma ne l’ora che ‘l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s’annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.


[3]

Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno vagò senza scopo (senza consiglio) e senza guida, non udendo o vedendo altro intorno, che le sue lacrime, che le sue grida (strida).
Ma nell’ora in cui il sole dal suo adornato carro  i cavalli scioglie e in grembo al mare si nasconde [Metafora -  Allegoria classica per indicare il momento del tramonto, quando il Dio Apollo (il sole), dopo aver percorso con il suo carro tutta la volta celeste, scioglie i cavalli e si riposa nel mare.], giunse nelle chiare acque del bel Giordano (Giordano = fiume che scorre a est di Gerusalemme) e scese in riva al fiume, e qui si riposò.


[4]

Cibo non prende già, ché de’ suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma ‘l sonno, che de’ miseri mortali
è co ‘l suo dolce oblio posa e quiete,
sopí co’ sensi i suoi dolori, e l’ali
dispiegò sovra lei placide e chete;
né però cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.


[4]

Cibo non prende affatto (già), perché dei suoi mali solamente si nutre (si pasce) e solamente di pianto ha sete [In questi versi Tasso fa la descrizione dell’innamorato. Vi si può vedere un’analogia con Petrarca, Canzoniere, vv.5-6, canto CXXX: “Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede, / e di lagrime vivo, a pianger nato.”]; ma il sonno, che dei miseri mortali è col suo dolce oblio riposo e quiete, assopì insieme ai sensi i suoi dolori, e le ali placide e serene sopra di lei distese (metafora: il sonno è come un uccello che dispiega le sue ali sopra Erminia); ma non per questo cessa Amore con i suoi sogni (varie forme) di turbare la sua pace mentre ella dorme.


[5]

Non si destò fin che garrir gli augelli
non sentí lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l’onda scherzar l’aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de’ pastori,
e parle voce udir tra l’acqua e i rami
ch’a i sospiri ed al pianto la richiami.


[5]

Non si svegliò finché non sentì cantare (garrir) lieti gli uccelli e salutare le prime luci dell’alba (gli albori), e mormorare il fiume e gli arboscelli, e il vento (aura) che giocava coi fiori e con l’onda (personificazione degli elementi naturali).
Apre gli occhi malinconici (languidi lumi – metonimia: lumi per dire occhi) e guarda quelle case (alberghi) solitarie che ospitano i pastori, e le pare sentire una voce tra l’acqua e i rami che ai sospiri e al pianto la richiama [è il richiamo della natura amica che la invita ad abbandonarsi al suo dolore].


[6]

Ma son, mentr’ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch’a lei ne viene,
che sembra ed è di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.
Risorge, e là s’indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l’ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.


[6]

Ma, mentre ella piange, i suoi lamenti sono interrotti (rotti) da un limpido (chiaro) suono che a lei giunge (ch’a lei ne viene), che sembra ed è mescolato a voci di pastori (pastorali accenti) ed a rustici e rozzi flauti (inculte avene – metafora per indicare strumenti musicali a canne).
Si alza (risorge), e a passi lenti verso quel suono avanza (s’indrizza), e vede un vecchio (uom canuto – con capelli e barba bianchi) sotto le gradevoli ombre che intrecciava ceste (tesser fiscelle) accanto (a canto) al suo gregge ed ascoltava di tre fanciulli il canto (anastrofe).


[7]

Vedendo quivi comparir repente
l’insolite arme, sbigottír costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d’oro:
- Seguite, - dice - aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ché non portano già guerra quest’armi
a l’opre vostre, a i vostri dolci carmi.-


[7]

Vedendo lì improvvisamente (repente) apparire le insolite armi, costoro si spaventarono; ma Erminia li saluta e dolcemente e li rassicura (affida), e gli occhi scopre e i bei capelli (crin) d’oro [Erminia rivela la propria femminilità mostrando i lunghi capelli]:
- Continuate, – dice – o fortunata gente cara al Cielo, il vostro bel lavoro, perché non portano più guerra queste armi alle vostre attività (opre), e ai vostri dolci canti (carmi)[opre..carmi - chiasmo]. –


[8]

Soggiunse poscia: - O padre, or che d’intorno
d’alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese?-
- Figlio, - ei rispose - d’ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, né strepito di Marte
ancor turbò questa remota parte.


[8]

Aggiunse dopo:  - O padre, ora che qui intorno tutta la regione è incendiata (arde) da una grande guerra (metafora: la guerra è come un fuoco), come state qui a soggiornare tranquillamente (placido soggiorno) senza temere i danni del conflitto? -
Figlio [il pastore continua a ritenere Erminia un uomo], - egli rispose - da ogni offesa e insulto (oltraggio e scorno) la mia famiglia e il mio gregge sono qui sempre stati indenni, né il rumore della guerra (strepito di Marte – metonimia: Marte per dire guerra) ha turbato ancora questa zona appartata (remota parte).


[9]

O sia grazia del Ciel che l’umiltade
d’innocente pastor salvi e sublime,
o che, sí come il folgore non cade
in basso pian ma su l’eccelse cime,
cosí il furor di peregrine spade
sol de’ gran re l’altere teste opprime,
né gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povertà vile e negletta.


[9]

Forse è la grazia di Dio che l’umiltà degli innocenti pastori salva e innalza (sublime), o forse, così come il fulmine non cade nelle basse pianure ma sulle cime più alte (eccelse), allo stesso modo il furore dei soldati stranieri (peregrine spade) minaccia (opprime) solamente le teste superbe (altere) dei grandi re, né agli avidi soldati alletta depredare (a preda alletta) la nostra povertà così bassa e disprezzata (similitudine).


[10]

Altrui vile e negletta, a me sí cara
che non bramo tesor né regal verga,
cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l’acqua chiara,
che non tem’io che di venen s’asperga,
e questa greggia e l’orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.


[10]

Per gli altri  bassa e disprezzata (Altrui vile e negletta - anafora), a me tanto cara poiché non desidero tesori né potere (regal verga = scettro), né ansia (cura) o desiderio ambizioso o meschino (avara) mai trova posto (alberga) nella tranquillità del mio cuore.
Placo (spengo) la mia sete nell’acqua limpida, che io non temo che essa sia avvelenata (di venen s’asperga) e questo gregge e l’orticello offrono (dispensa) cibi non comprati alla mia povera mensa.


[11]

Ché poco è il desiderio, e poco è il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch’addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.
Cosí me ‘n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.


[11]

Perché poco è il desiderio, e poco è il nostro bisogno di ciò che ci serve per vivere.
Sono figli miei questi che ti indico (addito) e mostro, custodi del gregge (mandra), e non ho servi.
Così vivo in questo luogo solitario e appartato (chiostro = luogo chiuso) vedendo i capri agili e i cervi saltare, e i pesci di questo fiume guizzare, e gli uccelletti volare (spiegar… le piume) in cielo.


[12]

Tempo già fu, quando piú l’uom vaneggia
ne l’età prima, ch’ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch’io,
e benché fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l’inique corti.


[12]

Vi è un’epoca, in cui ci si illude (vaneggia – insegue sogni vani) nella  giovinezza (ne l’età prima), in cui ebbi un altro desiderio e disprezzai (disdegnai) di condurre al pascolo le pecore (pasturar la greggia – sta per: fare il pastore); e fuggii dal paese dove sono nato (a me natio = che mi ha dato i natali), e vissi un tempo a Menfi, e nella reggia fra i servitori del re fui posto anch’io, e benché fossi solo sovrintendente dei giardini (guardian de gli orti) vidi e conobbi anche le ingiustizie delle corti (inique corti - polemica contro il mondo della corte).


[13]

Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ciò che piú spiace;
ma poi ch’insieme con l’età fiorita
mancò la speme e la baldanza audace,
piansi i riposi di quest’umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi: - O corte, a Dio. - Cosí, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i dí felici.-


[13]

Tuttavia allettato da temeraria (ardita) speranza sopportai per molto tempo (lunga stagion) ciò che più dispiace [la condizione servile]; ma dopo che insieme alla giovinezza (età fiorita) venne meno (mancò) la speranza e l’audace entusiasmo, rimpiansi la serenità (i riposi) di questa vita umile e desiderai (sospirai) la mia tranquillità perduta, e dissi: - O corte, addio - Così agli amici boschi [personificazione] tornando, ho trascorso i giorni felici. –


[14]

Mentre ei cosí ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch’al cor le scende,
de’ sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch’agevoli fortuna il suo ritorno.


[14]

Mentre egli parlava (ragiona) così, Erminia pendeva dalla dolce bocca, concentrata e calma (intenta e cheta); e quelle sagge parole, che le scendono nel cuore, calmano (acqueta) in parte le tempeste (procelle) delle passioni (de’ sensi).
Dopo aver molto pensato, decide in quella solitudine appartata (secreta) di soggiornare, almeno fino (insino) a tanto che la sorte (fortuna) agevoli il suo ritorno.

Analisi del testo:

Antefatto: Questo episodio è strettamente collegato a quello precedente (Canto VI), “La fuga di Erminia”, dove Tasso presenta la terza eroina pagana (dopo Clorinda e Armida), Erminia, principessa d’Antiochia. Erminia, segretamente innamorata  di Tancredi (non corrisposta), assiste, da una torre, al duello tra questi ed Argante, terminato lo scontro vorrebbe recarsi nel campo cristiano per curare l’eroe ferito. Spinta dall’amore indossa quindi le armi della guerriera Clorinda, sua intima amica, e di notte esce per raggiungere l’amato Tancredi e curarlo. Ma al campo cristiano un raggio di luce lunare la illumina e, scambiata per Clorinda dalle sentinelle, è costretta ad una fuga precipitosa. Con questa fuga e con questo inseguimento si conclude il canto VI.
Riassunto: Il canto VII si apre sulla fuga precipitosa di Erminia. Dopo aver corso per un giorno ed una notte, come Angelica (Orlando Furioso di Ariosto), arriva sulla riva di un fiume (Giordano) e si addormenta. La mattina seguente, al risveglio, si accorge di essere immersa in un paesaggio naturale dal fascino incantato, idillico (locus amenus). L’armonia di questo scenario pastorale l’aiuterà a trovare consolazione per il suo spirito addolorato ed a recuperare la serenità. Oltre al paesaggio anche le parole di un vecchio pastore aiuteranno Erminia a trovare  pace alla sua infelicità.

Analisi:
La corrispondenza tra natura e stato d’animo, già presente nel Canto VI, caratterizza tutto il Canto VII. Il ritratto di Erminia si completa. L’episodio è derivato dall’Orlando Furioso (XI, 10-12) e intessuto di memorie petrarchesche e bucoliche, di autocitazioni dell’Arminta e delle Rime, nonché di riferimenti autobiografici.
In questo episodio emergono gli stati d’animo che rivelano il tormentato mondo interiore di Tasso, dall’atteggiamento critico verso le “inique corti”, alla varietà dei sentimenti condivisi provati da Erminia.
Il poeta narra se stesso attraverso il personaggio di Erminia, si può individuare una sorte di identità tra Erminia – Tasso. Erminia come Tasso oscilla tra gli estremi dell’euforia e della depressione, è fragile e si sente estranea al mondo in cui vive, il travestimento, attraverso l’armatura di Clorinda le dà l’illusione di una falsa identità, più coraggiosa e spregiudicata, ma  non le permette di sfuggire alla sua vera natura, timida, appassionata e smarrita.
Nel rifacimento del poema questo passo fu eliminato da Tasso perché ritenuto slegato ed elemento di distrazione dalla trama principale incentrata sulla vicenda religiosa della lotta agli infedeli.

Metro:

Ottave con schema: ABABABCC. Stile elevato e classicheggiante.

 

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