ANTEFATTO
L’ottavo capitolo è stato quello in cui si è cercato di mettere in atto gli inganni ideati nel capitolo VII, ovvero:
- il matrimonio a sorpresa tra Renzo e Lucia;
- il rapimento di Lucia da parte dei bravi.
Entrambi gli stratagemmi falliscono, e Agnese, Lucia e Renzo sono costretti ad abbandonare la loro casa e a fuggire. La fuga viene organizzata da padre Cristoforo.
Nel nono capitolo prosegue la fuga dei tre fuggiaschi.
Indice degli argomenti:
RIASSUNTO
Prosegue la fuga
La barca che trasporta Renzo, Lucia e Agnese attracca sull’altra sponda del lago, dove i tre, aiutandosi a vicenda, sbarcano tristi e affaticati. Grati, ringraziano il barcaiolo e Renzo tenta anche di donargli qualche soldo (di quelli destinati a don Abbondio, qualora avesse celebrato il matrimonio), ma egli li rifiuta (“…ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare…” - similitudine) rispondendo: “Siam quaggiù per aiutarci l’un con l’altro”.
Tutti e tre salgono quindi su una carrozza che li sta aspettando; il conducente li saluta e parte senza rivelare quale sia la loro destinazione.
All’alba arrivano in una locanda a Monza. Anche in questa occasione Renzo tenta di sdebitarsi con il conducente della carrozza, offrendogli qualche soldo, ma come era già accaduto con il barcaiolo, anch’egli rifiuta l’offerta, correndo ad accudire il suo cavallo.
Renzo si separa dalle due donne
Dopo una misera colazione, che riporta alla mente di tutti e tre il banchetto di nozze che si aspettavano di celebrare appena due giorni prima, le due donne — secondo precise indicazioni di fra Cristoforo — devono separarsi da Renzo per essere condotte dal carrettiere al vicino convento, mentre Renzo prosegue da solo la fuga verso un’altra destinazione. Il distacco è breve e commosso.
Incontro con il padre guardiano
Giunti al convento, il carrettiere chiede del padre guardiano e, quando questi arriva, gli consegna una lettera di fra Cristoforo. La lettura della missiva è accompagnata da sguardi di sorpresa, indignazione e pietà rivolti alle due donne; segue un momento di riflessione, al termine del quale il padre guardiano esclama che solo la “Signora” può decidere il da farsi.
Il padre guardiano decide quindi che presentare le due donne a colei che chiama “la Signora” sia la soluzione al problema; rivolgendosi ad Agnese e Lucia, chiede loro di seguirlo, mantenendo però una distanza di dieci passi per non alimentare le malelingue.
Mentre camminano a distanza dietro il padre guardiano, le due donne domandano al carrettiere chi sia la “Signora” citata. Egli spiega che si tratta di una monaca, ma non di una monaca qualsiasi, né di una badessa o di una priora: è la discendente di una famiglia di antichissima nobiltà (è della costola di Adamo - metafora) e, per questo motivo, gode di grande rispetto e di notevole potere all’interno del monastero. Il carrettiere precisa che se fra Cristoforo (quel buon religioso) ha scelto di chiedere per loro la protezione della “Signora”, e se lei accetterà, possono stare tranquille perché saranno in buone mani (sicure come sull’altare - similitudine).
L’incontro con la monaca di Monza
Il gruppetto giunge alla porta del monastero, dove il padre guardiano congeda il carrettiere, chiedendogli di ritornare dopo due ore per ricevere la risposta sull’esito dell’incontro.
Dopo aver ottenuto il permesso di conferire con la monaca di Monza, il trio si avvia all’interno del monastero, dirigendosi verso il parlatorio. Durante il tragitto, il padre guardiano raccomanda alle due donne di mantenere un atteggiamento umile, rispettoso e sincero durante il colloquio, e di rispondere soltanto se interpellate.
Nel parlatorio la Signora appare in un angolo della stanza, ritta dietro una finestra con due spesse grate di ferro. È giovane ma di una bellezza già sfiorita e indossa il nero saio delle monache. I suoi occhi neri neri lanciano sguardi superbi e penetranti per poi subito abbassarsi, sono ora dardeggianti e ora come assenti, rivelano a tratti una malcelata richiesta d’affetto, corrispondenza e pietà, e a tratti un odio feroce e minaccioso. Le labbra di un rosso sbiadito risaltano sul pallore del viso anch’esse, come gli occhi, ricche di espressione e mistero.
Anche il portamento risoluto e il modo di vestire, con la vita attillata con civetteria e una ciocca di capelli neri che esce vezzosa dalla benda che le fascia la testa, rivelano particolarità.
Tutto, in quella monaca, lasciava trasparire una natura singolare; ma le due donne non vi prestavano attenzione, mentre il padre guardiano, che l’aveva già incontrata in altre occasioni, era ormai avvezzo a quel suo modo di porsi.
Il padre guardiano presenta le due donne alla monaca di Monza, illustrando a grandi linee la vicenda che le riguarda e per la quale viene richiesta la sua protezione.
La monaca, incuriosita, sollecita il padre guardiano a essere meno reticente e a spiegare con chiarezza i dettagli della vicenda. Egli dunque entra nei particolari della persecuzione subita da Lucia da parte di un potente, che l’ha costretta alla fuga.
A questo punto, la monaca si rivolge direttamente a Lucia: desidera ascoltare da lei come stanno le cose, la invita ad avvicinarsi e a raccontare la propria versione dei fatti.
Lucia obbedisce e si avvicina, ma quando deve parlare, intimorita, non riesce a rispondere: balbetta, si impappina e si blocca.
Interviene prontamente Agnese che, pur mostrando il rispetto dovuto a un’interlocutrice tanto autorevole, parla con una certa foga e con la sua parlata popolare, spiegando la situazione e il motivo della fuga. Tuttavia, viene zittita con decisione dalla monaca, che le fa notare di non essersi rivolta a lei.
Agnese, mortificata, si zittisce e rivolge a Lucia uno sguardo eloquente. Lucia, allora, si decide a parlare, superando la propria timidezza, e con pacatezza e umiltà conferma i fatti, chiedendo la carità di essere condotte in un luogo sicuro.
La monaca, con voce addolcita, comunica che potrà sistemare le due donne nella stanza lasciata libera dalla figlia della fattoressa del convento, appena sposatasi. Incarica una delle converse al suo servizio di avvertire la badessa e congeda tutti, trattenendo Lucia per un colloquio privato.
Il padre guardiano, soddisfatto per aver risolto così rapidamente la difficile situazione, si affretta a scrivere una lettera di ragguaglio a fra Cristoforo.
La monaca, rimasta sola con Lucia, abbandona il contegno sostenuto e controllato per lasciarsi andare a discorsi piuttosto insoliti, che il narratore non riferisce, ritenendo più opportuno raccontare brevemente la storia di questa infelice, così da chiarire le ragioni di certi suoi modi di fare.
La storia di Geltrude
Geltrude era l’ultimogenita di un principe milanese di alto lignaggio. Non era ancora nata che già il suo destino era stato deciso: come gli altri suoi fratelli e sorelle, ella era destinata a vivere in convento. Solo il primogenito si sarebbe sottratto a tale sorte, poiché a lui spettava il compito di portare avanti il nome della famiglia e a lui sarebbero andati tutti i beni della casata.
Anche il nome scelto alla sua nascita fu legato all’idea del convento e ricadde su quello di una Santa d’alti natali: Geltrude. Fin dalla più tenera età, benché non fosse mai dichiarato apertamente, tutto ciò che la riguardava era orientato al suo futuro di monaca: i giochi, i doni, i commenti, le lodi. Ella fu cresciuta ed educata abituandola all’idea del convento: doveva essere monaca.
A sei anni Geltrude entrò nel Convento di Monza, città in cui il padre godeva di grande autorità (l’autore insinua persino che potesse esserne il feudatario), per rimanervi stabilmente. La badessa e alcune monache (quelle faccendiere, che avevano il mestolo in mano… - metonimia e perifrasi) furono entusiaste di poter annoverare tra loro una religiosa di così nobile famiglia e di potersi così assicurare la protezione del principe.
Ella godeva di un trattamento privilegiato e veniva indotta ad accettare quel monastero come sua dimora per tutta la vita. Solo alcune monache provavano compassione per quella bambina dal destino già scritto: erano quelle che avevano subito la medesima sorte e invano se ne erano pentite.
Geltrude crebbe nella convinzione di un destino già scritto, quello di futura badessa del monastero, e ne andava orgogliosa. Ma quando, nel confronto con le sue compagne di convento destinate a una vita laica, emerse la possibilità di un’esistenza ben diversa — fatta di nozze, pranzi, villeggiature, vestiti, conversazioni — ella provò un impeto di attrazione e di desiderio, simile a quel brulichio che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, posto davanti a un alveare (metafora).
Geltrude, il cui temperamento era sicuramente più consono alla mondanità, si convinse che quello fosse il suo destino e che nessuno avrebbe potuto persuaderla a mettere il velo se lei non l’avesse voluto (…che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. - polipopto).
L’idea che il suo consenso fosse necessario offriva a Geltrude la speranza di un avvenire diverso, ma tale speranza si infrangeva contro l’immagine del principe padre. La sicurezza di Geltrude vacillava di fronte al pensiero di contraddire le scelte paterne.
In Geltrude si alternavano stati d’animo contraddittori che si riflettevano anche nei suoi comportamenti verso le compagne di convento: talvolta arroganti e sgarbati, talvolta docili e concilianti, nel tentativo di conquistarne l’amicizia (quasi ad implorar benevolenza, consigli, coraggio - asindeto).
Con l’adolescenza Geltrude si rifugiò in un mondo di fantasticherie, uno splendido ritiro costruito su quel poco che conosceva del mondo esteriore, appreso dai discorsi delle compagne o tratto dai vaghi ricordi della sua infanzia. In quel mondo tutto suo, ella si intratteneva con figure di cui serbava un lontano ricordo, impartiva ordini e riceveva omaggi (ivi si rifugiava, ivi accoglieva…ivi dava ordini, e riceveva omaggi- anafora).
I sentimenti della giovane Geltrude erano contrastanti: alle sue fantasticherie di vita mondana si alternavano forti sensi di colpa per la ripugnanza che provava verso la vita del convento, colpa che ella si convinse, paradossalmente, di poter espiare scegliendo volontariamente di chiudersi in un chiostro.
Le monache incaricate di seguirla e di persuaderla alla monacazione (che avevan preso il tristo incarico) approfittarono di uno di quei momenti di fragilità per indurla a scrivere una supplica al vicario, nella quale dichiarava il proprio desiderio di farsi monaca, secondo la prassi prevista. Tanto più che, le ripetevano, si trattava di una semplice formalità, cui sarebbe seguita, dopo un anno, una successiva verifica di persona da parte del vicario.
La supplica non era ancora giunta a destinazione che Geltrude già si era pentita di averla inviata. Poco dopo si pentiva di essersi pentita, in un continuo alternarsi di sentimenti opposti. Trascorsi undici mesi dall’invio della supplica, la prassi prevedeva che l’ultimo mese, prima della monacazione, fosse trascorso fuori dal convento: così Geltrude avrebbe dovuto ritornare nella casa paterna per compiervi quell’ultimo periodo.
Su consiglio di una delle sue compagne di convento, Geltrude si decise infine a scrivere una lettera al padre, nella quale gli comunicava la sua volontà di non voler procedere con la monacazione. La lettera non ebbe mai risposta; tuttavia, Geltrude fu convocata dalla badessa, che le riferì della grande collera del padre per un errore da lei commesso, collera che avrebbe potuto placare soltanto con una condotta irreprensibile (portandosi bene).
Il giorno del rientro nella casa paterna fu per Geltrude un giorno di grande, tumultuosa gioia ed emozione: ella era ben decisa a combattere per non tornare in convento, convinta di poter muovere a compassione i suoi parenti. Ma la realtà si rivelò ben diversa da come l’aveva immaginata: i giorni trascorrevano e nessuno le rivolgeva la parola, né per discutere della supplica, né della sua ritrattazione. E quando era lei a prendere l’iniziativa, veniva trattata con freddezza e distacco, con uno sguardo distratto, sprezzante o severo (o non attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo - anafora).
Raramente le era concesso di trascorrere del tempo con i genitori e con il fratello maggiore, molto uniti tra loro ma sprezzanti e severi nei suoi confronti. Essi lasciavano tuttavia velatamente intendere che la loro benevolenza avrebbe potuto dipendere dalla scelta del suo stato; ma Geltrude non voleva tirarsi indietro né cedere a quelle condizioni.
Le aspettative di Geltrude risultarono completamente disattese: nulla corrispondeva alle immagini che si era formata della vita mondana. Se il monastero era clausura, la casa paterna si rivelava un vero e proprio carcere, con una segregazione altrettanto stretta e totale. La compagnia era più triste e scarsa di quella del convento e, quando giungevano visite, Geltrude veniva relegata all’ultimo piano insieme alle vecchie donne di servizio. Anche la servitù, sull’esempio dei padroni, la trattava con noncuranza e distacco, mascherati appena da un leggero ossequio di pura formalità.
Solo un paggio le mostrò rispetto e compassione, e questo bastò a far nascere in lei un sentimento d’amore verso colui che finalmente le dimostrava un po’ di considerazione. Il suo atteggiamento mutò: divenne più tranquilla, meno inquieta, e tale cambiamento destò sospetti. Le attenzioni su di lei si moltiplicano, finché un giorno una cameriera la sorprese mentre scriveva un bigliettino indirizzato al paggio.
Il principe, immediatamente informato, affrontò la figlia con poche ma terribili parole e dispose che fosse relegata nella sua stanza, sorvegliata da quella stessa cameriera che aveva scoperto la tresca. Il paggio, come ovvio, fu licenziato e gli fu intimato il più stretto riserbo sull’avvenimento.
Geltrude, relegata nella sua stanza, era angosciata da un tumulto di sentimenti contrastanti, terrorizzata da un avvenire incerto e colma di vergogna. In quello stato d’animo, dimenticate le gioiose fantasie di una possibile vita fuori dal monastero, l’unico rifugio tranquillo e realistico non poteva che essere il convento. Una simile soluzione, nonostante la sua avversione per la vita monacale, cominciava ad apparirle come l’unica scelta capace di appianare ogni cosa, senza considerare che, come monaca, sarebbe stata ossequiata, rispettata e obbedita (la condizione di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino).
Così, dopo quattro o cinque giorni di prigionia, Geltrude, in preda alla rabbia e spinta dal bisogno prepotente di essere considerata, pur di uscire da quella reclusione, nel tentativo di ingraziarsi la sua famiglia, scrisse al padre una lettera (con la stessa penna - penna fatale - metafora - con cui aveva scritto al paggio) in cui chiedeva perdono e si dichiarava pronta a fare tutto ciò che le fosse richiesto.
ANALISI DEL TESTO
Il nono capitolo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni rappresenta un momento di transizione: dopo la fuga notturna, i protagonisti si separano e si avviano verso i loro destini individuali.
Lucia e Agnese giungono al convento di Monza, dove incontrano Geltrude, la monaca di Monza, primo grande personaggio tragico del romanzo, (il secondo è l'Innominato) che incarna la condizione femminile oppressa.
GELTRUDE
Gertrude è una figura complessa e misteriosa, che Manzoni immaginò ispirandosi alla vicenda reale di suor Virginia de Leyva. L’autore introduce la monaca di Monza gradualmente, disponendo il lettore alla sua presentazione e al racconto delle sue tormentate vicende interiori.
- Primi accenni: il padre guardiano fa riferimento alla “Signora” e il carrettiere fornisce le prime, vaghe informazioni, creando un alone di curiosità e mistero.
- La scena del parlatorio: Manzoni offre un ritratto descrittivo attraverso lo sguardo, i lineamenti e la mimica del volto di Gertrude, dai quali traspare un passato drammatico. Il portamento e il modo di vestire rivelano un contrasto interiore. La descrizione si gioca:
- sull’armonia di bianco e nero che caratterizza la veste e la carnagione della monaca: il velo nero, la benda di lino bianchissima, la fronte candida (un velo nero…sotto il velo una bianchissima benda di lino cingeva…una fronte di diversa, ma non inferiore bianchezza…),
- sugli aggettivi intensi (investigazione superba; odio inveterato e compresso; un non so che di minaccioso e di feroce; una svogliatezza orgogliosa)
- sui particolari fisionomici accentuati (due sopraccigli neri; due occhi neri neri anch’essi).
- Il dialogo con il padre guardiano e le donne: emergono tratti dell’animo di Gertrude. La prudenza del padre guardiano nel raccontare la vicenda di Lucia mette in risalto l’impulsività della monaca, mentre la riservatezza pudica di Lucia contrasta con il fermento peccaminoso che traspare da Gertrude. Inoltre nel dialogo tra le donne emergono nei modi di esprimersi di madre e figlia le origini popolane e contadine ma si differenziano in quanto le parole di Lucia sono più semplici e più alte rispetto a quelle di Agnese.
- Il racconto della sua vicenda: Manzoni lascia intravedere la vera indole della monaca, soffocata da una vita di rinuncia e di riserbo imposta dal convento.
Il tono con cui Manzoni racconta le vicende della monaca ha un rilievo drammatico, ammorbidito da un senso di pena per questa giovane donna colpevole e infelice. Nello stesso tempo, l’autore mantiene un atteggiamento di distacco e di giudizio, ma lascia trasparire anche comprensione e compassione.
Nella descrizione dell’infanzia di Geltrude, Manzoni inserisce qua e là particolari che lasciano intravedere la sua vera indole, negata a vivere una vita di rinuncia e riserbo. Nel modo di esprimersi della monaca traspare sempre il fiele e l’acredine per l’esistenza sacrificata; e tuttavia, alla fine, è proprio il temperamento appassionato e orgoglioso, che in un primo momento la teneva lontana dalla monacazione, a favorirla.
Un affollarsi tumultuoso di sentimenti — spavento, gioia, confusione, pentimento, desiderio di espiazione — alimenta i motivi che, lentamente fermentando, concorrono ad avvicinare Geltrude all’idea del chiostro. Essi sono diversi e tra loro concatenati:
- Il senso doloroso della realtà che subentra al sogno vagheggiato;
- Il senso di colpa per la sua ripugnanza al chiostro, inculcato attraverso una falsa educazione;
- L’istinto di dominio;
- L’orgoglio ferito dal comportamento della serva carceriera;
- Il rimorso per l’errore di aver scritto al paggio;
- Una forma di devozione, in cui Geltrude riversa la sua affettuosità giovanile.
ALTRI PERSONAGGI
Carrettiere e barcaiolo
Attraverso i personaggi del carrettiere e del barcaiolo Manzoni ritrae il semplice buoncuore degli umili: entrambi rifiutano il compenso offerto da Renzo, ritirando subito la mano. E’ un gesto che incarna il tema della solidarietà umana (Siam quaggiù per aiutarci l’un con l’altro), tanto caro all’autore, e che lascia intravedere una ricompensa diversa, più lontana ma più abbondante: quella celeste.
Le espressioni del carrettiere, simili a quelle di Agnese, riflettono il modo di pensare della gente comune e la filosofia di vita dei ceti più diseredati, pazienti e credenti: “dove son quelli che comandano”, “e son di quelli che hanno sempre ragione”, “starete sicure come sull’altare”.
Le frasi sono unite tra loro dal polisindeto (“e”) e conferiscono alla parlata un tono popolare e leggermente appesantito.
Il padre guardiano
Il padre guardiano è una figura gioviale, legata da amicizia a fra Cristoforo. Uomo di esperienza, appare sicuro e pronto ad affrontare ogni situazione. La sua schiettezza emerge nella partecipazione mimica: nei moti e negli sguardi di sorpresa, indignazione e pietà che accompagnano la lettura della lettera di fra Cristoforo.
Meno pio rispetto a fra Cristoforo, ma più alla mano, è un religioso temprato dalla vita e dotato di un pragmatismo concreto.
Le monache
La complicità delle monache con il padre nel progetto di costringere Geltrude alla vita monastica è sottolineata con sarcasmo dall’autore e si manifesta nelle espressioni:
- “monache faccendiere”,
- “che avevano… il mestolo in mano”,
- “che avevan preso il tristo incarico”.
Queste frasi mettono in luce la coincidenza tra le intenzioni interessate delle monache e quelle autoritarie del padre di Geltrude.
La badessa, figura impenetrabile e inquietante, appare anch’essa complice del principe padre e tratta Geltrude con un atteggiamento che mescola disgusto e compatimento.
Il principe padre e la famiglia
Si rivela immediatamente l’indole inflessibile del padre, che condiziona l’intero avvenire di Geltrude, un laconismo impenetrabile lo contraddistingue (“dal volto e da ogni parola traspare un’immobilità di risoluzione”)
Egli adotta una tattica del silenzio particolarmente efficace, segno della sua assoluta sicurezza riguardo al destino della figlia.
La tattica del silenzio, non solo del padre ma anche dell’intera famiglia, il distacco e il comportamento dei servi, modellato su quello dei padroni, concorrono a determinare la monacazione di Geltrude.
Tutto congiura per farle accettare la vita monastica e quasi a fargliela desiderare come un rifugio, come l’unico luogo in cui possa soddisfare, se non il bisogno d’affetto, almeno l’innato bisogno di considerazione.
L'AMORE PER IL PAGGIO
L’amore per il paggio risponde al bisogno d’affetto che Geltrude aveva invano implorato dai familiari e mendicato dalla servitù; esso rappresenta l’inevitabile conseguenza della reazione al gelo trovato in famiglia.
Da notare l’uso dei termini, il paggio viene definito prima ragazzotto, durante l’idillio con Geltrude, e poi ragazzaccio, quando viene cacciato:
- ragazzotto ha una sfumatura affettuosa o comunque neutra;
- ragazzaccio introduce un giudizio morale negativo, coerente con il mutamento di prospettiva dopo la scoperta della relazione.
SEQUENZE NARRATIVE
Si possono individuare tre sequenze narrative:
- L’arrivo del terzetto a Monza e la separazione da Renzo
- L’incontro con la Monaca di Monza
- L’inizio della storia di Gertrude
La prima sequenza è una sequenza di passaggio, dominata dall’incertezza e dall’inquietudine per il destino dei protagonisti.
Nella seconda sequenza il narratore introduce la figura misteriosa della “Signora”, senza rivelarne subito il nome. L’atmosfera cupa e carica di reticenze crea attesa e suspense.
La terza sequenza consiste in una lunga digressione biografica sulla Monaca di Monza, che spiega come Gertrude sia stata costretta alla vita monastica. Si tratta dell’antefatto, il cui sviluppo proseguirà nel capitolo 10.
FIGURE RETORICHE
Diverse le figure retoriche, alcuni esempi:
- ivi si rifugiava, ivi accoglieva…ivi dava ordini, e riceveva omaggi ripetizione ivi;
- o non attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo – ripetizione o;
La ripetizione di una o più parole all'inizio di frasi consecutive serve per creare un effetto di enfasi e musicalità.
- quasi ad implorar benevolenza, consigli, coraggio. - crea un ritmo incalzante;
- è della costola di Adamo - "costola d’Adamo" non va intesa letteralmente, ma simbolicamente per rimandare ad un lignaggio primordiale, infatti richiama l’episodio biblico della creazione di Eva dalla costola di Adamo. Vuole sottolineare, in modo figurato, l’origine nobile di Geltrude, discendente di una famiglia di antichissimo blasone;
- …quel brulichio che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti ad un alveare. - descrive il tumulto interiore nella mente di Gertrude quando riflette sulle nozze, i banchetti ei festini che, destinandola alla vita monacale, le sono stati negati, paragonandolo all’effervescenza di un alveare di fronte a un cesto di fiori, è l’irresistibile attrazione che suscita la vita mondana, proprio come i fiori attirano le api.
- Penna fatale – conferisce alla penna un significato simbolico: è lo strumento che ha determinato il destino di Geltrude (prima nella lettera al paggio, poi in quella al padre).
- quelle faccendiere, che avevano il mestolo in mano… - il mestolo come simbolo del potere pratico e gestionale, non da intendersi in senso letterale. Chi “ha il mestolo in mano” ha il controllo della gestione quotidiana, quindi il mestolo diventa il segno del comando.
- è della costola di Adamo - dire “della costola di Adamo” al posto di “di stirpe antichissima” può essere considerato una perifrasi;
- quelle faccendiere, che avevano il mestolo in mano… - invece di dire direttamente “le monache che avevano ruoli di potere”, Manzoni ricorre a un’immagine che rende più efficace e ironico il discorso.
- … che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. - ripetizione del verbo volere in forme verbali diverse per creare enfasi mostrando la progressione del pensiero di Geltrude tra:
- possibilità (che lo poteva);
- desiderio (pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe);
- azione concreta (che lo voleva).
Manzoni crea un crescendo che sottolinea la forza della volontà di Geltrude e la sua convinzione.
- …La supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s’era già pentita d’averla sottoscritta. Si pentiva poi d’essersi pentita. – ripetizione del verbo pentirsi in diverse forme verbali.
- … Lucia…alzò la testa, come se si svegliasse. – Lucia torna tristemente alla realtà;
- …ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare… - Manzoni attraverso la reazione del barcaiolo sottolinea l’umanità e la generosità delle persone umili;
- sicure come sull’altare – l’altare rappresenta il luogo simbolo di sacralità e protezione;




