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Riassunto e analisi
Storia di dieci giorni

Se questo è un uomo - cap.17

Primo Levi

· Pubblicato ·

RIASSUNTO

L’11 gennaio 1945 Levi viene di nuovo ricoverato al Ka-Be nel reparto degli infettivi perché si ammala di scarlattina. Nella cameretta vi sono altri 12 pazienti ma Levi ha la fortuna di avere una cuccetta tutta per sé.


Dal barbiere del Ka-Be viene a sapere che i russi stanno arrivando ed il campo verrà presto evacuato. La notizia non provoca in Levi quella reazione emotiva che avrebbe potuto avere solo qualche mese prima, egli rimane distaccato e rassegnato. Anche il medico conferma la notizia comunicando che tutti i malati in grado di camminare sarebbero partiti con tutti gli altri per una marcia di 20 Km., mentre i malati più debilitati sarebbero rimasti in Ka-Be con personale di assistenza scelto tra i meno gravi.


Due dei malati, ebrei ungheresi, nonostante fossero molto deperiti, decidono di unirsi ai sani, hanno il terrore di rimanere nel Ka-Be ed anche se è insensato nelle loro condizioni pensare di resistere ad una marcia di quella lunghezza, si coprono sommariamente con degli stracci ed escono dalla finestra; saranno abbattuti dai nazisti dopo pochi km non essendo in grado di proseguire.


Alberto passa a salutare Levi prima di partire, è allegro e fiducioso e si unisce a tutti gli altri che nella quasi totalità  la notte del 18 gennaio 1945 sparirono durante la marcia di evacuazione, la cosiddetta marcia della morte.


Nel campo rimangono solo chi è malato o troppo debole e qualche sano ben consigliato da qualcuno, in tutto il Ka-Be circa 800 persone e nella cameretta in 11.


Iniziano per chi è rimasto “dieci giorni fuori del mondo e del tempo”.


Il mattino seguente all’evacuazione i malati ricevono l’ultima distribuzione di zuppa ed una distribuzione di pane, nel campo rimangono ancora alcune SS e per un po’ continua a funzionare l’elettricità mentre il riscaldamento delle baracche viene interrotto. Levi si procura quindi delle coperte prendendole dal reparto dei dissenterici. Durante la notte il campo viene bombardato e colpito, le SS abbandonano definitivamente il campo. Nel campo adesso non ci sono più neppure acqua ed elettricità.


Il giorno seguente Levi, compreso che non possono resistere a lungo in quelle condizioni, organizza con due prigionieri francesi una spedizione all’esterno del Ka-Be nella speranza di recuperare qualcosa di utile per mangiare e riscaldarsi.


All’esterno i segni del bombardamento sono evidenti, alcune baracche bruciano, altre hanno porte e finestre sfondate. Molti deportati cenciosi e scheletrici si aggirano in cerca di cibo, o si scaldano vicino alle braci delle baracche fumanti, o fanno sciogliere sul fuoco la neve in recipienti di fortuna.


Levi e i due francesi riescono a procurarsi e portare nella loro baracca una stufa di ghisa e due sacchi di patate. Riescono a far funzionare la stufa ed a cuocere le patate. Gli altri malati in segno di gratitudine gli cedono parte del loro pane. E’ un avvenimento emblematico del fatto che il Lager non esiste più, infatti fino al giorno prima sarebbe stato inconcepibile un simile gesto di generosità perché nel Lager vigeva la legge che diceva: “mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del tuo vicino”.


La baracca di Levi e dei francesi è l’unica che è riuscita a dotarsi di una stufa e fuori dalla porta si accalcano i malati degli altri reparti ma loro riescono a impedire che entrino.


Nelle giornate seguenti durante le escursioni fuori dalla baracca alla ricerca di cibo Levi riesce a trovare nel laboratorio di chimica una batteria carica che gli permette di poter installare l’illuminazione nella baracca.


Una sortita fino all’area in cui vivevano le SS frutta a Levi ed ai suoi compagni altri generi di grande utilità che li aiuta a resistere e a far fronte alle difficoltà.


Nonostante le SS se ne siano andate capita ancora un episodio di repressione quando un gruppo di SS in fuga ed armato entra nel campo e sorprende 18 francesi che si erano stabiliti nel refettorio delle SS, saranno tutti uccisi con un colpo alla nuca. I cadaveri dei 18 francesi rimangono esposti perché nessuno ha la forza di dargli sepoltura. Così come rimangono abbandonati sparsi nelle baracche e nel campo i corpi dei prigionieri che non erano riusciti a sopravvivere al freddo e alla fame.


La camera dove sta Levi con i suoi compagni è separata da quella accanto, dove stanno i dissenterici, da una parete di legno attraverso la quale Levi sente due italiani, non più in grado di muoversi, piangere ed implorare aiuto. Una sera per far smettere quei lamenti, vincendo il ribrezzo di entrare in quella stanza dove molti giacevano morti o moribondi e dove il pavimento era ricoperto di escrementi, Levi decide di portare loro un po’ d’acqua e di zuppa. L’iniziativa ha un effetto controproducente perché da allora i lamenti arrivarono da tutti i prigionieri di quella stanza che giorno e notte chiamarono il nome di Levi implorando aiuto.


Anche nella camera di Levi vi sono deportati in condizioni gravissime come Lakmaker un ebreo olandese di 17 anni che debilitato dalle malattie, tifo e scarlattina, una notte nel tentativo di raggiungere la latrina, cade e rimane a terra incapace di muoversi, gli va in soccorso Charles, uno dei francesi che vincendo la debolezza riesce a ripulirlo e riportarlo nella sua cuccetta, disinfettando poi ogni cosa e se stesso con la cloramina. Levi ammira la sua abnegazione.


Il quinto giorno la scoperta di un enorme silo di patate, stipate in due fosse lunghissime fuori dal campo, oltre il filo spinato, permette di superare il problema della fame; ce n’è a sufficienza per tutti. Nonostante ciò le condizioni dei deportati peggiorano continuamente, tutti sono estremamente deboli, nessuno guarisce e molti si ammalano di polmonite e diarrea. Molti giacciono incapaci di muoversi nelle cuccette e quando muoiono nessuno se ne accorge.


Alla baracca 14 i malati in discrete condizioni riescono ad organizzare una spedizione al campo evacuato dei prigionieri inglesi e ne tornano con un carretto pieno di cibo: margarina, lardo, farina ecc. Tutto il campo ne beneficia perché nonostante gli altri prigionieri non abbiano le forze fisiche per intraprendere la stessa spedizione riescono però ad avere qualcosa tramite il baratto. Così per esempio nella baracca di Levi si ingegnano a costruire candele che scambiano con lardo e farina.


Somogyi, già convalescente di tifo e scarlattina, viene preso da febbre alta, cade in un delirio in cui ad ogni respiro mormora “jawohl”, che dura due giorni e muore. Rimane a giacere sul pavimento.


I russi finalmente arrivano il 27 gennaio 1945, proprio mentre Levi e Charles, dopo aver sbrigato i lavori più urgenti, hanno trovato le forze per portare il corpo di Somogyi fuori dalla baracca, nella neve grigia.


Degli undici infettivi della camera di Primo Levi, 5 sono morti dopo qualche settimana e sei si sono salvati.


Alla fine del capitolo XVII è riportata la scritta: “Avigliana-Torino, dicembre 1945 - gennaio 1947”. Le due località indicano:

  • Avigliana la sede della fabbrica dove Levi lavorerà come chimico
  • Torino la casa dove egli era nato e dove abiterà per il resto  della sua vita.


Vedi anche trama e analisi complessiva del testo:



Riassunto capitolo per capitolo

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