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Riassunto e analisi
Se questo è un uomo

Primo Levi

· Pubblicato ·

Se questo è un uomo è il capolavoro di Primo Levi scritto, come ha affermato l’autore stesso, nella prefazione del libro, per soddisfare “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi” l’esperienza della sua deportazione nel Lager di Auschwitz in quanto ebreo.  Primo Levi scrive questo libro di getto nel 1946, subito dopo essere rientrato a Torino nell’ottobre del 1945 sopravvissuto alla prigionia, obbedendo all’esigenza di far conoscere a tutti l’esperienza atroce dell’internamento.

 


 

TRAMA

Levi racconta in prima persona la sua deportazione a partire da quando, fatto prigioniero in Italia (13 dicembre 1943), viene condotto prima nel campo di concentramento di Fossoli, in Emilia, e poi ad Auschwitz (nel gennaio del 1944), in Polonia, nel campo di concentramento di Buna Monowitz, attraverso un allucinante viaggio su carri-bestiame. Al campo i deportati sono adibiti a lavori durissimi e patiscono stenti e violenze di ogni genere. I nazisti ne hanno previsto lo sterminio ma prima vogliono sfruttare le loro capacità e la loro forza-lavoro.


Il racconto si focalizza sulla feroce e programmatica violazione della dignità umana compiuta dai nazisti, per annientare i prigionieri prima di ucciderli. I nazisti hanno creato un sistema mostruoso di sopraffazione con una gerarchia basata sul pregiudizio razziale per cui gli ebrei sono gli ultimi dopo i criminali e i prigionieri politici.


I prigionieri ridotti a larve umane entrano in feroce competizione anche tra di loro. La legge spietata della sopravvivenza permette solo a chi è abbastanza astuto da eludere la disciplina del campo, anche a spese dei compagni di prigionia più deboli, di avere qualche speranza di salvezza.
Gli stessi prigionieri da vittime diventano aguzzini e per sopravvivere mettono in atto meschinità, sotterfugi e violenza nei confronti di altri prigionieri, ed i nazisti se ne servono per aver garantito il controllo del campo e prevenire ribellioni. In tal modo i prigionieri diventano doppiamente perseguitati, in quanto vittime non solo dei nazisti ma anche di se stessi perché si trasformano in aguzzini dei propri consimili.


Dopo alcuni mesi Levi riesce ad avere un trattamento meno duro, grazie al fatto di essere laureato in chimica riesce ad essere preso a lavorare nel laboratorio della fabbrica. Ciò oltre ad altre piccole circostanze favorevoli (come l’ammalarsi di scarlattina nell’ultimo periodo e perciò essere stato abbandonato, in quanto malato, dai nazisti in fuga) gli permettono di sopravvivere, insieme a pochi altri compagni, fine alla fine della guerra e alla liberazione da parte di soldati russi il 27 gennaio del 1945.


 

ANALISI

E’ un testo autobiografico che viene scritto di getto, sull’onda dei ricordi della terribile esperienza vissuta. Levi mette in luce come in un contesto di simile crudeltà ogni prigioniero sia ferocemente solo e veda dissolversi i principi della convivenza civile e delle regole morali.


La narrazione segue in ordine cronologico le tappe cruciali dell’esperienza del Lager a decorrere dal febbraio 1944 al gennaio 1945. L’ordine con cui sono stati scritti i 17 capitoli non è stato dettato da una successione logica ma piuttosto da una necessità “di urgenza”, per esempio: l’ultimo capitolo, “Storia di dieci giorni”, venne scritto per primo.


Nonostante questo impeto d’urgenza l’opera Se questo è un uomo ha una scrittura chiara e composta, di grande forza comunicativa.


E’ un testo che è stato definito “racconto commentato” in quanto si sviluppa su una alternanza di narrazione e riflessione:

  • Narrazione: la descrizione pone particolare rigore nell’aderire ai fatti e nell’oggettività;
  • Riflessione: l’esposizione dei fatti, che non cade mai nel patetico o nel macabro, viene commentata dall’autore-testimone nel tentativo di capire le ragioni che stanno alla base degli orrori raccontati.

L’autore vuole capire e come un naturalista cerca di analizzare scientificamente quel nuovo mostruoso ambiente, le percosse senza ragione, il trattamento da schiavi, gli ordini urlati in una lingua ai più incomprensibile, la selezione per le camere a gas, la guerra di tutti contro tutti, la sopraffazione. Comprendere fino in fondo non è possibile e Levi concludendo l’opera non può che affermare l’impossibilità di capire ed anzi sottolinea che forse è giusto che sia così, “perché comprendere è quasi giustificare”.



 

TITOLO

Il titolo del libro è un drammatico interrogativo che Levi rivolge ai lettori. Egli riflette sulle conseguenze dell’annientamento dell’identità e della dignità dell’uomo operato sistematicamente dai nazisti e domanda se possano definirsi uomini questi prigionieri privati di tutto e resi incapaci di difendersi e di reagire.


 

PUBBLICAZIONE

Rifiutato da Einaudi, la prima edizione viene stampata da De Silva, una piccola casa editrice di Torino, nell’autunno del 1947, in 2500 copie che vanno presto esaurite. Nel 1958 viene fatta la ristampa da Einaudi, tradotto in oltre 10 lingue raggiunge una diffusione mondiale. E’ considerato uno dei testi più alti sullo sterminio ebraico.


 

STILE

Lo stile è conciso e asciutto, senza compiacimenti descrittivi ed abbandoni emotivi, nonostante la drammaticità dell’argomento. Il linguaggio semplice e comunicativo è proprio di chi vuole, più che esprimere un giudizio, trasmettere il messaggio ad un vasto pubblico e creare un rapporto diretto con il lettore. 


Alle parti narrativo-descrittive si intercalano a volte brevi pause riflessive sulla condizione di annullamento della dignità di questi uomini a cui è stato tolto tutto, identità, ricordi, pensieri, opinioni.


Il lessico è accurato e fa ricorso anche termini tecnici e vocaboli in lingua tedesca. In particolare le espressioni in tedesco indicano solitamente i comandi impartiti all’improvviso in modo feroce e mettono in rilievo lo straniamento e lo stato di allerta continuo patito dai prigionieri che dovevano eseguire ordini imprevedibili e incomprensibili.


Il narratore è interno e onnisciente, è sia personaggio che voce narrante.


L’uso del presente storico e di avverbi deittici (ora, adesso, eccomi, ecc) hanno lo scopo di attualizzare il racconto (descrivere gli avvenimenti nel momento in cui accadono) ed anche testimoniare che l’esperienza del lager per chi lo ha vissuto continua ad incombere.


Il ricorso al polisindeto (uso ripetuto di congiunzioni all’interno della stessa frase) vuole esprimere l’incalzare dei ricordi e delle sensazioni provate dai personaggi.


Le figure retoriche a cui Levi ricorre più di frequente sono: le anafore, le enumerazioni, le iterazioni e le anadiplosi, utilizzate per scandire le varie fasi della realtà descritta.


 

RIASSUNTO

SHEMA’ – La poesia

Il racconto è preceduto da una poesia, messa in epigrafe, in cui l’autore rivolgendosi direttamente al lettore che dalla sua condizione quotidiana di normalità e di sicurezza viene esortato a non dimenticare e sollecitato a giudicare la condizione di chi ha vissuto la degradazione e l’umiliazione.

Link alla parafrasi e analisi di Shemà


PREFAZIONE

Nella prefazione Primo Levi esordisce definendosi fortunato per essere stato deportato in un periodo in cui era relativamente più facile riuscire a sopravvivere alle dure condizioni di vita dato che i tedeschi, necessitando di manodopera, avevano leggermente migliorato il tenore di vita dei prigionieri.
Levi prosegue dando le motivazioni che lo hanno spinto alla stesura del libro che sono quelle di “fornire documenti per uno studio pacato dell’animo umano”, animo umano in cui alberga l’odio razziale per il “diverso”, sentimento considerato da Levi “infezione latente”, che al termine del suo percorso porta al Lager.
La necessità di testimoniare per far sapere anche agli altri è come un bisogno elementare da soddisfare, un’impellenza, un impulso violento che fa sì che si determini la frammentarietà del testo in cui i capitoli scritti di getto si susseguono non in base ad una successione logica ma in base ad un ordine di urgenza.


17 CAPITOLI:

(clicca sul titolo per accedere al riassunto dettagliato)

 

APPENDICE

Nel 1976 Levi aggiunge al libro un’appendice in cui egli risponde alle domande che gli venivano poste più di frequente nelle scuole in cui andava a raccontare la sua esperienza, questo materiale andrà a costituire parte della successiva opera  dal titolo I sommersi e i salvati, pubblicata bel 1986.







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