ANTEFATTO
Nel nono capitolo, Agnese e Lucia raggiungono il convento di Monza in cerca di protezione e chiedono ospitalità alla monaca di Monza.
Qui viene introdotto il personaggio di Geltrude, la cui infanzia e adolescenza sono ricostruite dal narratore per mostrare come sia stata progressivamente indirizzata — e di fatto costretta — verso la vita monastica.
Il capitolo si conclude con la decisione di Geltrude di prendere i voti, una scelta estorta attraverso pressioni, minacce e punizioni da parte della famiglia, e comunicata al padre tramite una lettera.
Nel decimo capitolo la narrazione prosegue approfondendo la vicenda di Geltrude e descrivendo la sua monacazione forzata, mettendo in evidenza il contrasto tra le apparenze di devozione e la realtà di una scelta subita.
Indice degli argomenti:
RIASSUNTO
Il sacrificio di Geltrude
Geltrude è stata piegata dalla volontà paterna e scivola lentamente verso il sacrificio della monacazione imposta, vinta da un destino che la sovrasta, come un giovane fiore appena sbocciato si abbandona sul suo fragile stelo alla prima brezza (similitudine).
Il Principe, ricevuta la lettera, deciso a “battere il ferro mentr’era caldo”, convoca immediatamente Geltrude e finalmente le parla. Il suo è un lungo discorso incentrato sull’errore commesso dalla figlia, errore che ormai le preclude definitivamente ogni possibilità di una vita laica.
Secondo il padre, quanto accaduto dovrebbe anzi farle comprendere che la vita nel secolo è troppo piena di pericoli per lei; per questo la scelta della monacazione risulta la più onorevole e conveniente, e lui stesso si impegnerà a rendergliela in tutti i modi gradita.
Concluse queste parole, il Principe aggiunge che anche “la principessa e il principino” devono essere informati della bella notizia. Geltrude è smarrita e vorrebbe tornare sui suoi passi, ma il timore di turbare una situazione così favorevole la trattiene.
La madre e il fratello accolgono con entusiasmo la notizia del ravvedimento di Geltrude e la abbracciano festosi.
Il padre vuole ora accelerare i tempi per la formalizzazione della monacazione: bisogna recarsi al convento e presentare la richiesta alla badessa. Posta davanti a una sorta di ultimatum sul giorno più adatto (“volete che andiamo oggi o domani?”), Geltrude risponde “domani”, nel tentativo di guadagnare ancora un po’ di tempo.
Subito dopo, però, Geltrude viene coinvolta in una serie di occupazioni che le riempiono l’intera giornata e non le lasciano spazio per riflettere sulla decisione presa:
- viene pettinata e rivestita dalla cameriera della principessa;
- partecipa al pranzo, al quale sono stati invitati i parenti più prossimi che si congratulano con lei per la scelta;
- prende parte alla trottata, cioè al giro in carrozza per le strade della città;
- una volta rientrati a casa, riceve la visita di numerosi parenti e amici di famiglia venuti a felicitarla;
- infine, congedati gli ospiti, partecipa a una cena leggera e poi tutti si ritirano per essere pronti di buon’ora il giorno seguente.
Geltrude, che secondo l’usanza riservata alle giovani monacande veniva chiamata la sposina, si trova coinvolta in una situazione atroce: deve rispondere a tutte le persone venute a congratularsi con lei, pur sapendo che ogni sua parola equivale a un’accettazione e a una conferma della decisione presa.
In tutta questa commedia nobiliare, Geltrude assume il ruolo di idolo e di trastullo, almeno in apparenza; in realtà è la vittima. (La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima - asindeto).
Ella rimane immersa in quel chiacchiericcio e in quella confusione, immobile e muta, incapace di manifestare la propria contrarietà; nello stesso tempo, però, non può fare a meno di provare un certo compiacimento per i complimenti ricevuti. Approfitta così della condizione di favore in cui si trova per lamentarsi con il padre del comportamento della sua cameriera‑carceriera. Il Principe si indigna, le promette che rimprovererà severamente la domestica che le ha mancato di rispetto e ordina che a servire Geltrude sia assegnata un’altra cameriera.
Ricevuta soddisfazione alle sue lamentele, Geltrude si stupisce di trovarvi così poco appagamento rispetto all’aspettativa (si stupiva di trovarci così poco sugo).
È consapevole di quanto si sia ormai spinta avanti, in quella sola giornata, sulla strada della monacazione, e comprende che il pensiero di poter tornare indietro richiederebbe una forza e una risolutezza ben maggiori di quelle che le sarebbero bastate pochi giorni prima — e che già allora non era riuscita a trovare.
La nuova domestica assegnata a Geltrude è una vecchia fantesca di casa, già governante del principino, che aveva cresciuto fin dalla nascita fino all’adolescenza. Donna interamente nutrita del fasto e della potenza padronale, si congratula con Geltrude per la scelta, citandole gli esempi di certe sue zie e prozie che si erano trovate contente di aver intrapreso la via della monacazione. Sul tema della convenienza e dell’onorevolezza della decisione continua a parlare mentre la aiuta a spogliarsi, mentre Geltrude si mette a letto, e continua ancora quando la giovane ormai dorme.
L’indomani è la vecchia serva a svegliare Geltrude per prepararla alla gita a Monza. Ricomincia subito a blaterare, raccontando del fermento che regna in casa per i preparativi del viaggio al convento; si sofferma in particolare sul principino, che lei ha tenuto a balia e cresciuto, e che ora strepita d’impazienza. Ne esalta la figura, ma allo stesso tempo ne lascia emergere il carattere dispotico e arrogante, uno che “non ha riguardo per nessuno, fuorché per il signor principe”.
Questa immagine del principino impaziente basta a scuotere Geltrude, sino ad allora smarrita nei suoi pensieri: reagisce e si prepara in fretta, “come uno stormo di passere all’apparir del nibbio” (similitudine).
Giunta nella sala dove i familiari già l’aspettano, a Geltrude viene servita una tazza di cioccolata; e Manzoni sottolinea: “il che, a quei tempi, era quel che già presso i romani il dare la veste virile” (analogia).
Il Principe, presa da parte Geltrude, le rivolge un breve discorso, condito di lusinghe e minacce, nel quale le suggerisce le parole da pronunciare e l’atteggiamento da tenere, affinché nessuno possa sospettare dell’autenticità della sua vocazione. Le ricorda inoltre che, nel monastero, ad eccezione della sua famiglia, nessuno sarebbe stato al di sopra di lei.
Durante il tragitto in carrozza, la conversazione verte sui fastidi e sulle noie della vita nel mondo e sulla beatitudine dell’esistenza in convento. Giunti ormai prossimi al monastero, il Principe rinnova le istruzioni alla figlia e le fa ripetere più volte la formula da recitare.
Al convento
Davanti alla porta del convento, Geltrude sente il cuore stringersi sempre di più. Scendono tutti dalla carrozza e, contornati da due ali di folla, si dirigono verso l’ingresso. Geltrude avverte su di sé tutti gli sguardi, cosa che la costringe a mantenere un contegno controllato; ma, più di ogni altra cosa, sente gli occhi del padre che vigilano su ogni sua mossa e che, come redini invisibili, la governano (quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili - metafora).
All’interno del convento la attendono le monache: in prima fila la badessa e le religiose anziane, sul fondo le converse e le educande, tutte in un clima di acclamazione e giubilo.
Geltrude si ferma davanti alla badessa, che, secondo la prassi, le chiede cosa desideri da quel luogo. Dopo un attimo di esitazione — provocato dallo sguardo di una sua compagna, che la osserva con un misto di compassione e malizia — Geltrude risponde recitando la “formulina” impartitale dal padre.
La badessa replica di non poter dare subito una risposta, poiché la procedura prevede che si passi alla votazione da parte delle suore, benché avesse già piena certezza dell’esito. Hanno così inizio i festeggiamenti.
In un colloquio privato con il Principe, la badessa — con un certo imbarazzo — gli ricorda che, secondo le regole, qualora vi fossero forzature nella volontà della figlia si incorrerebbe nella scomunica. Il Principe, naturalmente, ribatte che non si può nutrire alcun dubbio, e un inchino reciproco conclude sbrigativamente l’avvertimento.
Durante il rientro a casa, i pensieri di Geltrude sono cupi: non ha voglia di parlare, è arrabbiata con gli altri e con se stessa, e riflette sulle poche occasioni che ancora le rimangono per dire di no. Ma il terrore dello sguardo accigliato del padre rimane, e allo stesso tempo si sente sollevata nel vederlo finalmente soddisfatto e non più incollerito nei suoi confronti.
La scelta della madrina
A casa riprende il ritmo della quotidianità, che non lascia a Geltrude il tempo di riflettere, coinvolta com’è in varie attività mondane fino all’ora di cena. Ed è proprio sul finire del pasto che il Principe introduce la questione della scelta della madrina, colei che avrebbe affiancato Geltrude nel periodo tra la richiesta dei voti e l’ingresso effettivo in convento. Con una dolcezza apparentemente paterna, e contravvenendo agli usi, il Principe decide di lasciare a Geltrude la libertà di scegliere, in base alle sue simpatie, la candidata al ruolo.
Geltrude è consapevole che questo privilegio equivale a ribadire il proprio consenso alla monacazione; tuttavia decide ugualmente di nominare una dama, scegliendo colei che era stata più affettuosa e premurosa con lei. Sceglie proprio la persona che il padre sperava. Avviene come quando il giocatore di bussolotti vi fa scegliere una carta dal mazzo e fa in modo, senza che ve ne accorgiate, di farvi scegliere proprio quella che vuole lui ( similitudine).
Quella dama, infatti, era stata così presente al fianco di Geltrude da rendere quasi inevitabile la scelta, e le aveva prodigato tante premure non per puro affetto, ma perché interessata a fare del fratello di Geltrude il suo futuro genero.
L’incontro con il Vicario
Il giorno seguente è prevista la visita del vicario, incaricato di esaminare le motivazioni di Geltrude e la sincerità della sua vocazione. Mentre la giovane rimugina, ancora una volta, sulla possibilità di cogliere quell’occasione per tornare sui propri passi, il padre la convoca e le rivolge un lungo discorso: un misto di minacce e ricatti che rivela tutta l’inquietudine del Principe, timoroso che Geltrude possa indietreggiare. Le suggerisce anche alcune risposte alle domande più probabili, prospettandole le convenienze e i privilegi che l’attenderebbero in monastero.
Quando arriva il vicario, come da prassi, viene lasciato solo con Geltrude e, secondo le regole, inizia a interrogarla sulla sua vocazione. Geltrude, pur di liberarsi in fretta dal supplizio di quelle domande, spaventata dall’idea di raccontare la verità e consapevole delle terribili conseguenze che ne deriverebbero, si affretta a confermare la fondatezza della propria vocazione.
Concluso l’interrogatorio, il vicario si congeda e, uscendo, incontra il Principe — che finge di trovarsi lì per caso — e si complimenta con lui per le buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliola. Il principe felicissimo si reca da Geltrude coprendola di lodi, di carezze e di promesse.
Il periodo che segue è per Geltrude di lungo strazio: ancora libera, per poco, di godere dei piaceri della vita mondana, vive con il pensiero costante di ciò che l’aspetta con la reclusione in convento. Si sente come l’infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d’acqua che il medico gli concede a fatica (similitudine), arrivando al rifiuto di ciò che più desidera. Infatti, ottenuto dal convento il benestare alla sua monacazione, chiede di poter entrare al più presto nel monastero — e tale impazienza non viene certo ostacolata.
La vita in convento
Dopo dodici mesi di noviziato, sempre combattuta tra pentimenti e ripensamenti, Geltrude pronuncia infine l’ennesimo “sì” e diventa monaca per sempre.
Con la monacazione inizia la seconda fase della sua vita, in cui la debolezza mostrata di fronte all’imposizione del chiostro la conduce — non rassegnandosi mai del tutto (ma l’infelice si dibatteva sotto il giogo, così ne sentiva più forte il peso e le scosse - metafora) — all’inacerbirsi e alla corruzione della coscienza.
Le nostalgie inappagate, il rimpianto per la libertà perduta e per desideri destinati a non trovare mai soddisfazione occupano costantemente i suoi pensieri. Accusa sé stessa di dabbenaggine e gli altri di tirannia e perfidia.
La vista delle monache le è odiosa: rivolge loro dispetti, sgarbatezze e veri e propri rinfacciamenti. Se la prende con tutte, non solo con quelle che l’avevano incoraggiata a entrare in convento, ma anche con quelle che non avevano partecipato agli intrighi. Forse — osserva il narratore — sarebbe meno avversa se sapesse che i pochi voti negativi (le poche palle nere) alla sua ammissione erano stati espressi proprio da quelle suore.
Qualche consolazione la trova nel potere che le deriva dall’essere figlia del Principe e nel sentirsi chiamare la signora, ma è ben poca cosa.
In convento Geltrude diventa maestra delle educande, e questo incarico accresce la sua rabbia: il fatto che a quelle giovani sia riservata una vita che a lei è preclusa per sempre alimenta in lei un astio e un desiderio di vendetta di cui esse pagano lo scotto. Altre volte, invece, si lascia trascinare nei loro scherzi e nelle loro prese in giro verso la badessa e le altre monache, spingendole oltre misura.
Egidio
Passano alcuni anni, finché avviene un fatto nuovo. Tra le numerose concessioni che erano state fatte a Geltrude c’era anche quella di riservarle un’area laterale del monastero, contigua a una casa abitata da un giovane, Egidio, scellerato di professione. Costui, notata Geltrude che passeggiava nel cortiletto, attirato dall’empietà dell’impresa, le rivolse la parola, ed ella gli rispose (la sventurata rispose).
In un primo momento questo avvenimento sembra produrre un miglioramento nei modi di fare di Geltrude: è più gentile, più tranquilla. Le monache ne sono contente, senza immaginarne la ragione. Ben presto, però, ritorna prepotente la sua insofferenza, cui seguono i soliti pentimenti e un temporaneo addolcimento dei modi, in una serie di alti e bassi che le monache attribuiscono alla sua indole scostante e bisbetica.
Un giorno, durante un battibecco particolarmente violento con una conversa, questa, esasperata, le dice di essere a conoscenza di qualcosa che, a tempo e luogo debito, avrebbe rivelato. Da quel momento Geltrude non ha più pace, temendo che la sua tresca con Egidio venga rivelata.
Poco dopo avviene un fatto strano: la conversa sparisce. Viene cercata in tutto il monastero, ma di lei non c’è traccia. Dalle ricerche emerge che nel muro dell’orto vi è una buca, e ciò fa supporre che la giovane sia scappata. Le ricerche si estendono a Monza e ai dintorni, ma senza risultato, e tutti pensano che sia fuggita lontano.
Come osserva il narratore, forse se ne sarebbe potuto sapere di più se, invece di cercare lontano, si fosse scavato vicino, insinuando così la brutta fine fatta dalla ragazza.
Geltrude rimane silenziosa, ma quel suo non parlarne non significa che non ci pensasse. Più volte al giorno l’immagine della conversa le torna alla mente e la tormenta: vorrebbe rivederla viva e reale, piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero. Giorno e notte il rimorso la consuma.
Il colloquio con Lucia
Questo fatto avveniva circa un anno prima dell’incontro tra Geltrude e Lucia. Durante il colloquio, le domande della monaca scendono a tal punto nei particolari più intimi da suscitare lo stupore di Lucia, che non avrebbe mai immaginato che la curiosità di una suora potesse spingersi fino a simili argomenti. Anche i giudizi che Geltrude lasciava trapelare le apparvero strani, tanto da lasciarla confusa e un po’ spaventata.
Appena rimasta sola con sua madre, Lucia si confida con lei riguardo allo strano colloquio; ma Agnese minimizza e, con l’aria pratica e disincantata della donna esperta, la rassicura dicendo di non preoccuparsi, perché “i signori… han tutti un po’ del matto”. Ciò che conta davvero è che la signora sia disposta a dar loro protezione.
Per una serie di motivazioni — tra cui anche quella di fare del bene a una povera creatura innocente come Lucia — la monaca decide infine di proteggere le due fuggitive, alloggiandole nelle stanze della fattoressa e trattandole come addette al servizio del monastero.
Lucia e Agnese, molto contente della sistemazione ottenuta, desidererebbero rimanere ignorate da tutti; ma, secondo il narratore, ciò non sarà facile: un po’ per la curiosità delle monache, ma soprattutto per Don Rodrigo, le cui aspettative erano state deluse e che certo non avrebbe rinunciato alle sue mire su Lucia.
La narrazione, lasciata la vicenda delle due donne, si sposta quindi al palazzotto di Don Rodrigo, nel momento in cui egli attende il ritorno dei bravi dalla spedizione per il rapimento di Lucia.
ANALISI DEL TESTO
Il primo capoverso del decimo capitolo dei Promessi Sposi introduce il tema centrale del sacrificio di Geltrude e anticipa la drammaticità della sua monacazione forzata. Manzoni utilizza una similitudine molto significativa: la giovane viene paragonata a un fiore appena sbocciato che si piega al vento non per volontà propria, ma per la sua naturale fragilità. L’immagine suggerisce che Geltrude, ancora immatura e psicologicamente debole, non possiede la forza necessaria per opporsi alle pressioni esercitate dal padre e dall’intera famiglia.
Il fiore che, pur piegato, continua a diffondere il suo profumo rappresenta simbolicamente l’atteggiamento di Geltrude: anche se costretta a un destino che non ha scelto, ella tenta comunque di mostrarsi docile e compiacente, cercando di adattarsi alle aspettative degli altri. Questa immagine iniziale anticipa il percorso del personaggio, destinato a essere “reciso” dalla propria libertà e rinchiuso in un ruolo che non corrisponde ai suoi desideri.
Il Principe padre
È difficile considerare “padre” il personaggio che Manzoni presenta in questo episodio: un uomo privo di autentici sentimenti paterni, che non esita ad approfittare del proprio potere per sottomettere la figlia, fingendo che sia lei stessa a decidere del proprio destino. Lo sottolinea lo stesso Manzoni, che sceglie di chiamarlo semplicemente principeperché “non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre”.
Nel discorso rivolto a Geltrude emerge tutta l’abilità manipolatoria del principe: con una combinazione di falsità calcolata, minacce velate e toni apparentemente affettuosi, egli riduce la giovane a una condizione di totale assoggettamento. Il dialogo mostra chiaramente:
- da un lato, l’animo freddo e calcolatore del padre
- e, dall’altro, lo smarrimento e l’infelicità di Geltrude, incapace di opporsi.
La scena assume i tratti di una vera e propria “triste commedia”, orchestrata dal principe con la complicità della moglie e del figlio. Tutti insieme circondano Geltrude, la pressano e la confondono, fino a farle credere che sia lei a scegliere il giorno in cui recarsi dalla badessa. In realtà, si tratta di un meccanismo studiato per accelerare il processo e trascinare la giovane verso la monacazione.
Un’analoga finzione si ripete nella scelta della madrina. Il principe, ormai soddisfatto di aver raggiunto il suo scopo, si mostra improvvisamente dolce e benevolo, arrivando perfino a infrangere le regole e a lasciare a Geltrude la scelta della madrina. Ma anche questa apparente libertà è un inganno: come un abile giocatore di bussolotti, egli orienta la figlia verso la persona che aveva già deciso, ribadendo così il suo controllo.
Quando infine il principe assume i modi di un padre affettuoso e prodigo di carezze, la sua tenerezza appare chiaramente interessata: è solo l’ultimo atto di una strategia di manipolazione che ha come unico scopo quello di ottenere il consenso formale di Geltrude alla monacazione.
Geltrude
La decisione della monacazione pone immediatamente Geltrude al centro dell’attenzione, trasformandola nel passatempo di parenti e amici, che si prodigano in complimenti e congratulazioni. Lo stesso accade il giorno seguente nel convento, dove le monache si affollano nel chiostro interno per vederla e commentare la sua scelta.
La narrazione degli stati d’animo di Geltrude è attraversata da quella “psicologia della debolezza” che caratterizza il personaggio: la giovane, spaventata dallo sviluppo degli eventi, prova irritazione non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessa. Questa fragilità la porta a promettersi, pur debolmente, che in futuro sarebbe stata più forte e più scaltra, senza però riuscire mai a mantenere tali propositi.
Una volta diventata monaca, si assiste al progressivo stravolgimento del suo animo. Il motivo sensuale, già affiorato nell’episodio adolescenziale con il paggio, fermenta e cresce, fino a emergere in modo violento e tragico nella relazione con Egidio, che conduce al delitto. Da qui in avanti, la vita di Geltrude è segnata dagli assillanti assalti del rimorso, che la tormentano e la imprigionano in una spirale di colpa e infelicità.
L'atteggiamento di Manzoni
Nel capitolo dedicato a Geltrude, Manzoni adotta due toni distinti:
- Nei confronti della giovane emerge una comprensione che oscilla tra la pietà e una critica sempre mitigata dalla pietà stessa.
- Al contrario, verso il principe, la famiglia, i parenti, le monache, il vicario e l’intera rete di complici — attivi o indifferenti — lo scrittore mantiene un tono oggettivo, da cui trapelano appena un’ironia sottile o un indignato sdegno trattenuto.
La comprensione di Manzoni per Geltrude non è mai assoluta: è sempre accompagnata da una riprovazione temperata. Un esempio significativo è l’episodio in cui la giovane, per vendicarsi delle angherie subite, si lamenta della sua cameriera-carceriera. Questo comportamento impedisce che Geltrude appaia come una vittima esemplare e mette in luce il fondo infantilmente riottoso, imperioso e talvolta maligno da cui nascerà la figura della “monaca di Monza”.
La pietà di Manzoni nei confronti di Geltrude, dunque, non esclude una forma di condanna morale. È certamente colpevole il padre, che ha approfittato della debolezza della figlia, ma colpevole è anche la giovane stessa, la sventurata, per la quale non costituiscono attenuanti né la violenza degli istinti né la sua età giovanile. In questo equilibrio tra pietà e giudizio si colloca l’atteggiamento dell’autore.
La scena del convento
Nel convento si svolge una vera e propria commedia, in cui ogni personaggio recita la parte che gli è stata assegnata. Le parole di Geltrude, la replica della badessa, le congratulazioni e le acclamazioni delle monache, il dialogo formale tra la badessa e il principe per accertare — come vuole la prassi — che non vi siano state forzature, e perfino gli inchini cerimoniosi che i due si scambiano prima di congedarsi: tutto contribuisce a comporre una triste pantomima.
Si tratta di una scena in cui le forme esteriori, le convenzioni e le apparenze soffocano completamente la verità dei sentimenti. Geltrude, pur essendo la protagonista dell’evento, è ridotta a un ruolo passivo, costretta a partecipare a un rituale che sancisce definitivamente la sua rinuncia alla libertà. Manzoni mette così in luce l’ipocrisia dell’ambiente e la crudeltà di un sistema che, dietro la facciata della devozione e della solennità, nasconde una violenza morale profonda.
Il Vicario
Manzoni definisce il vicario “uomo dabbene” per ben due volte:
- la prima attraverso le parole del principe,
- la seconda tramite il narratore, che riprende l’espressione con un’ironia evidente.
Il vicario viene anche chiamato “il buon prete”, cioè uno di quei personaggi che Manzoni colloca nella categoria dei “galantuomini del ne quid nimis”, i moderati che, per timore di eccedere, finiscono per non intervenire neppure quando sarebbe necessario.
Il suo interrogatorio rappresenta la parte più drammatica e febbrile dell’intera vicenda della vocazione imposta. In esso si assiste alla lotta interiore tra l’imposizione e la ripugnanza, quest’ultima, però, è repressa fin dall’inizio dallo spavento che l’autorità paterna esercita su Geltrude, spingendola a mentire, a “mentire contro sé stessa”, come sottolinea Manzoni.
In Geltrude permane la tentazione di confessare la verità, ma la consapevolezza delle terribili conseguenze la induce a ingannare il suo esaminatore. Fra i due terrori che la opprimono — quello del padre e quello del chiostro — prevale quello che, in quel momento, le appare come il male minore e il più percorribile.
SEQUENZE NARRATIVE
Nel capitolo X si possono individuare cinque principali sequenze narrative:
- L’infanzia di Geltrude e l’educazione in famiglia;
- Il periodo in collegio e la scoperta del mondo esterno;
- Il ritorno a casa e il confronto con il padre;
- La scena della “scelta” e la similitudine dell’infermo;
- L’ingresso in convento e la vita monastica.
L’infanzia di Geltrude e l’educazione in famiglia
La prima sequenza mostra come il destino di Geltrude sia stato deciso fin dalla nascita dal padre e dalla famiglia. La sua educazione è coercitiva: tutto è orientato a farle desiderare ciò che è già stato stabilito per lei, cioè la vita monastica. La bambina cresce in un ambiente in cui la libertà personale è annullata e in cui ogni gesto è finalizzato a indirizzarla verso il convento.
Il periodo in collegio e la scoperta del mondo esterno
Nella seconda sequenza Geltrude cresce all’interno del collegio tra le monache, ma comincia a manifestare un temperamento curioso e vanitoso. Inizia a immaginare una vita diversa, mondana, e in lei emerge una duplicità psicologica:
- da un lato il desiderio di libertà e di esperienze nuove,
- dall’altro l’obbedienza ai doveri e ai modelli che le sono stati inculcati fin dall’infanzia.
Il ritorno a casa e il confronto con il padre
La terza sequenza riguarda il rientro in famiglia di Geltrude, chiamata a decidere “liberamente” il proprio destino. In realtà, questo ritorno si trasforma in un terribile braccio di ferro con la famiglia, che mette in luce la pressione psicologica devastante esercitata dal padre. Il principe manipola la figlia con freddezza e autoritarismo, alternando silenzi, sguardi e parole studiate per intimidirla e orientarla verso la scelta già stabilita. Geltrude, ancora adolescente, oppone una resistenza timida, confusa e incapace di reggere il peso dell’imposizione, rivelando tutta la sua fragilità.
La scena della “scelta” e la similitudine dell’infermo
Nella quarta sequenza si raggiunge il punto di non ritorno. Geltrude, in un momento di estrema debolezza, schiacciata dal silenzio ostile e dal giudizio della famiglia — e soprattutto del padre — compie la sua “scelta non-scelta”. Come l’infermo assetato che respinge l’acqua, rifiuta l’unica via di salvezza e pronuncia la frase che la condanna per tutta la vita: accetta il convento. La sua decisione non è frutto di libertà, ma il risultato della paura e della pressione psicologica che la circonda e la paralizza.
L’ingresso in convento e la vita monastica
Nella quinta sequenza Geltrude entra definitivamente in convento, dove la cerimonia di accoglienza e le formalità religiose accentuano il carattere di finzione della sua vocazione. La vita monastica non porta pace: al contrario, il suo animo, già fragile e contraddittorio, si turba sempre più. Incapace di adattarsi alla clausura e di reprimere i propri impulsi, Geltrude scivola in una serie di comportamenti trasgressivi che culminano nella relazione con Egidio e nel delitto, seguiti dal tormento del rimorso.
FIGURE RETORICHE
Diverse le figure retoriche, alcuni esempi:
- “il che, a quei tempi, era quel che già presso i romani il dare la veste virile” - il “mettere la veste virile” presso i Romani, era il rito che segnava il passaggio ufficiale dall’infanzia all’età adulta per i giovani maschi che viene associato alla scelta del destino dei figli nelle famiglie nobili del Seicento (a quei tempi) e sottolinea come, in entrambi i casi, sia il padre a decidere la vita del figlio. Così il padre di Geltrude stabilisce il futuro della figlia senza lasciarle alcuna libertà.
- “La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima” - tre sostantivi (idolo – trastullo - vittima) in successione, separati solo da virgole. L’assenza di congiunzioni crea un ritmo rapido, quasi brutale e il lettore percepisce un crescendo di tensione e di ingiustizia perché Geltrude passa velocemente dall’essere adorata (idolo), all’essere usata come passatempo (trastullo) e infine ad essere sacrificata e oppressa (vittima).
- “E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili” - L’immagine delle redini rende concreta la dominazione psicologica del padre;
- “ma l’infelice si dibatteva sotto il giogo”- Manzoni usa l’immagine del giogo e del “dibattersi sotto il giogo” per rappresentare la costrizione morale e affettiva che schiaccia Geltrude, incapace di liberarsi.
- “Come un fiore appena sbocciato…” - Geltrude è paragonata a un fiore fragile, bello ma incapace di resistere alle pressioni esterne;
- “Come uno stormo di passere all’apparir del nibbio” - Il principino è il rapace, Geltrude la preda: la similitudine evidenzia la sproporzione di forze;
- “Come il giocator di bussolotti…” - La falsa libertà di scelta è paragonata a un trucco da imbonitore: si crede di scegliere, ma si è già stati manipolati;
- “Come l’infermo assetato che respinge l’acqua” - La più celebre: rappresenta la contraddizione interiore di Geltrude, che rifiuta l’unica via di salvezza perché schiacciata dalla paura e dall’educazione ricevuta.




