Parafrasi e analisi

Astolfo sulla luna

Orlando Furioso

Canto trentaquattro, Ottave 69-87

Ludovico Ariosto

· Pubblicato ·
Astolfo va sulla luna- particolare affresco conservato a palazzo Besta a Teglio
Astolfo sul carro infuocato di Elia
particolare affresco palazzo Besta a Teglio (SO)
CC BY-SA 4.0, Fonte Wikimedia

Sintesi

Titolo: Orlando Furioso
Autore: Ludovico Ariosto
Canto: XXXIV - vv. 69/87
Episodio: Astolfo va sulla luna per recuperare il senno di Orlando
Protagonisti: Astolfo, San Giovanni
Genere: Poema epico-cavalleresco
Anno pubblicazione: 1516

Antefatto

Astolfo vuole aiutare Orlando, impazzito per amore, a ritrovare il senno. Durante il viaggio in groppa all’ippogrifo vive varie avventure, sorvola tutta l’Europa ed atterra in Etiopia, che libera dalle Arpie, scende nel vestibolo dell’inferno e poi si libra fino al paradiso terrestre, dove viene benevolmente accolto da San Giovanni Evangelista che abita in un bel palazzo ornato di gemme. Con San Giovanni che gli fa da guida, sul carro infuocato di Elia, si appresta a volare fino al cielo della luna dove può recuperare il senno di Orlando.

TESTO

PARAFRASI

[69] Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che ’l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.

[69] San Giovanni (il santo evangelista - perifrasi) attaccò (aggiunse) quattro cavalli (destrier) più rossi del fuoco (più che fiamma rossi) al giogo; e dopo che (poi che) si sistemò [sul carro] (rassettossi) con Astolfo, prese in mano le briglie (il freno), e li spinse (li punse) verso (inverso) il cielo.
Il carro ruotando [su se stesso] si sollevò (levossi) nell’aria, e subito (tosto) arrivò (giunse) al centro (in mezzo) della sfera del fuoco eterno (il fuoco eterno - secondo la concezione aristotelica, tomistica e dantesca il primo dei nove cieli concentrici che ruotano attorno alla terra); e l’evangelista (’l vecchio) fece il miracolo per cui, mentre lo attraversarono (lo passar), questo non fosse ardente.

[70] Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

[70] Superano tutta la sfera del fuoco (Tutta la sfera varcano del fuocoanastrofe – riferimento al sistema tolemaico una sfera di fuoco separava la terra dalla luna) e quindi (indi – lat.) si recano nel regno della Luna. Vedono (veggon) che quel luogo in gran parte (per la più parte) è simile a un acciaio privo di qualunque macchia (similitudine); e lo trovano uguale, o di poco inferiore (minor poco) rispetto a ciò che è contenuto (si raguna) in questo globo, in questo lontano (ultimo – riferimento al sistema tolemaico per il quale la terra, essendo al centro dell’universo, è il pianeta più lontano da Dio) globo che è la Terra, includendo (mettendo) il mare che la circonda e racchiude (serra).

[71] Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.

[71] Qui (Quivi – lat.)  Astolfo si meravigliò due volte (ebbe…doppia meraviglia): per il fatto che quel paese [la Luna] da vicino (appresso) era tanto grande, mentre assomiglia ad una piccola palla (picciol tondo) a noi che lo osserviamo dalla terra (da queste bande – da queste parti); e deve aguzzare entrambi gli occhi (ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia – ricorda Dante: e sì ver’noi aguzzavan le ciglia – Inferno, XV, 20 – metonimia) se da lì (s'indi – lat.)  vuole distinguere (discerner vuol) la terra e il mare che si estende intorno (ch'intorno spande); poichè, non avendo [la terra] luce [propria], la sua immagine arriva poco lontana (poco alta si conduce).

[72] Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c'han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

[72] Lassù vi sono (sono là su) fiumi, laghi e campagne diverse (altri…altri…altre - anafora) da quelli che ci sono qui; vi sono altre pianure, altre valli, altre montagne (altri…altri…altre - anafora), ognuna con le città e i villaggi (castelli) loro (suoi - latinismo), con case delle quali il paladino non ne vide prima né dopo altre più grandi (magne – latinismo - iperbole): e vi sono selve ampie e solitarie, dove le ninfe cacciano sempre (ognor - arcaismo) le belve.

[73] Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l'apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, si raguna.

[73] Il duca [Astolfo] non rimase a esplorare (ricercar) tutto, poiché non era salito lassù per quello scopo (effetto). Fu condotto (fu condutto) da San Giovanni (l'apostolo santo perifrasi) in un vallone stretto tra due montagne, dove prodigiosamente (mirabilmente – termine dantesco) si raccoglieva (era ridutto) ciò che si perde [sulla Terra] o per nostra colpa (nostro diffetto), o a causa del tempo o della fortuna: ciò che si perde qui, si raccoglie (raguna) lassù ().

[74] Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch'in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

[74] Non parlo soltanto (Non pur…parlo) di regni o ricchezze, beni sui quali la ruota volubile (instabile) della fortuna lavora (in…lavora perifrasi per dire che sono cose soggette al caso), ma anche riferirmi (intender voglio ancora) a quello (di quel) che la fortuna non ha il potere di togliere (di tor) o di dare (darlo).
Lassù c'è molta fama, che il tempo a lungo andare quaggiù consuma (divora – topos del tempo divoratore, tempus edax) come un tarlo (come tarlo similitudine il tempo, come il tarlo che divora il legno, velocemente consuma la fama): lassù stanno infiniti desideri (voti) e preghiere (prieghi), che noi peccatori facciamo a Dio.

[75] Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l'inutil tempo che si perde a giuoco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti qua giù,
là su salendo ritrovar potrai.

 

[75] Le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo che si butta via inutilmente nel gioco d'azzardo, il lungo ozio di uomini ignoranti, progetti (disegni) vani che non hanno mai realizzazione (loco – lat. - in rima equivoca con loco del verso 6), i vani desideri sono [così] tanti, che ingombrano buona parte di quel luogo: insomma, ciò che hai perso quaggiù (qua giù - sulla Terra) qualche volta (qua giù), salendo lassù (là su – sulla luna) potrai ritrovarlo.

[76] Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch'eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de' Persi e de' Greci, che già furo
incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro.

[76] Il paladino, passando per quei mucchi (biche – in rima con antiche del v.5) [di cose], chiede di questo o quello alla sua guida. Vide un monte di sacche rigonfie (tumide vesiche), che sembravano contenere tumulti e grida; e (e…e…e… - polisindeto) seppe che erano gli antichi regni (corone antiche sineddoche) degli Assiri e della Lidia (terra lida – antica regione dell’Asia minore di cui Creso fu l’ultimo re), e dei Persiani e dei Greci, che un tempo furono famosi (già furo incliti) e il cui nome ora è quasi sconosciuto.

[77] Ami d'oro e d'argento appresso vede
in una massa, ch'erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch'in laude dei signor si fanno.

[77] Vede poi (appresso) ami (ami metafora) d'oro e d'argento ammassati (in una massa), che erano quei doni che si fanno ai re, ai principi avari e ai protettori (patroni) con la speranza di una ricompensa (mercede – lat.).
Vede trappole (lacci – lat. - metafora) nascoste (ascosi) dentro delle ghirlande; e chiede [alla guida] e apprende (ode) che sono tutte adulazioni. I versi che si scrivono in lode (laude – lat.) dei signori hanno l'immagine di cicale scoppiate (cicale scoppiate – per il troppo cantare – metafora e iperbole).

[78] Di nodi d'oro e di gemmati ceppi
vede c'han forma i mal seguiti amori.
V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,
l'autorità ch'ai suoi danno i signori.
I mantici ch'intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.

[78] Vede che gli amori inutilmente assecondati (mal seguiti amori – amori definiti mal seguiti perché seguirli comporta spreco di tempo ed energie) hanno forma di ceppi (ceppi – si riferisce agli arnesi che immobilizzano i piedi dei prigionieri) d'oro e di gemme. Vi erano artigli d'aquile (d'aquile artigli - metafora) e seppi che erano l'autorità che i signori danno ai loro uomini (ai suoi - latinismo). I mantici (mantici - metafora) che riempivano tutt'intorno i declivi (ch'intorno han pieni i greppi) sono gli onori vani (fumi) e i favori che i principi danno ai loro giovani favoriti (ai ganimedi suoi – riferimento a Ganimede, bellissimo coppiere, che era il favorito di Giove/Zeus), e che svaniscono (se ne van) poi con la giovinezza (col fior degli anni metafora).

[79] Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l'opra:
poi vide boccie rotte di più sorti,
ch'era il servir de le misere corti.

[79] Qui stavano alla rinfusa (sozzopra) rovine (ruine - francesismo) di città e villaggi (castella), insieme a grandi tesori.  Domanda e apprende che sono i trattati [politici] (trattati – se i trattati politici vengono violati possono causare la rovina delle città), e quella congiura che si scopre con facilità (che sì mal par che si cuopra – letteralmente: che pare si nasconda così male). Vide serpenti (serpi – il serpente simboleggia il falsario, il ladro) col volto di fanciulla, opera di falsari (monetieri termine dantesco) e di ladroni: poi vide ampolle rotte (boccie rotte metafora) di diverso tipo (di più sorti), che rappresentavano la servitù delle misere corti.

[80] Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch'importe.
“L'elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte.”
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch'ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.

[80] Vede una gran massa di minestre rovesciate (versate minestre metafora) e domanda alla sua guida (suo dottor) cosa significhi (ch’importe). S. Giovanni dice: “È l’elemosina che qualcuno lascia (si lassa alcun) perché sia fatta dopo la sua morte.” Passa accanto a una gran montagna di vari fiori che una volta (già) avevano un buon profumo, mentre adesso puzzavano (putia) fortemente. Questo era il dono (se è lecito chiamarlo così) (se però dir lece) che Costantino fece al buon papa Silvestro (riferimento ad un atto di donazione di alcuni territori che ha costituito la base del potere temporale della Chiesa, documento che Lorenzo Valla nel primo Quattrocento dimostrò essere falso).

[81] Vide gran copia di panie con visco,
ch'erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l'occurrenze nostre:
sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.

 

[81] Vide una gran quantità di trappole con vischio (panie con visco – sono bastoni ricoperti di vischio appiccicoso sui quali i volatili rimangono attaccati), che erano, o donne (apostrofe), le vostre bellezze.
Sarà lungo se io elenco (ordisco – riferito all’ordito della tessitura, quindi sta per tesso, racconto) nei miei versi tutte le cose che gli furono mostrate (dimostre) qui; infatti dopo mille e mille (mille e mille - iperbole) non finirei, perché (e) vi sono tutti i casi che ci riguardano (l'occurrenze nostre – intende tutti gli accadimenti che riguardano gli uomini): solo la pazzia lì non è poca né molta, poiché essa sta sulla Terra (sta qua giù) e non se ne allontana (parte) mai.

[82] Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch'egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n'era quivi un monte,
solo assai più che l'altre cose conte.

[82] Qui [Astolfo] (Quivi – lat.) si rivolse a riconsiderare (si converse) alcune sue giornate e azioni (fatti), che aveva perduto; e se non ci fosse stata con lui una guida a spiegarglieli (se non era interprete con lui – se non fosse stato aiutato a capirli da San Giovanni) non ne avrebbe distinto (non discernea) il loro aspetto diverso (le forme lor diverse).
Poi arrivò (giunse) a quella cosa (quel) che noi (a nui – arcaismo) pensiamo di avere (che par sì averlo), al punto che (che) mai si fecero (non ferse)  preghiere (voti – lat.) a Dio per averlo (per esso); dico il senno: e qui ce n'era una montagna, che da solo era assai più abbondante (assai più che) delle altre cose descritte (conte).

[83] Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell'uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d'Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l'altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: “Senno d'Orlando”.

[83] Era come un liquido leggero e delicato (liquor suttile e molle similitudine), pronto ad evaporare (atto a esalar) se non si tiene ben chiuso, e si vedeva raccolto in varie ampolle adatte (atte) a quell'uso, quale più, quale meno capiente (capace).
La più grande di tutte è quella nella quale (in che) era racchiuso il senno del folle signor d'Anglante (signor d'Anglante – derivato dalla città di Angers - perifrasi); e fu tra le altre riconosciuta poiché (quando - latinismo) di fuori aveva scritto: “Senno d'Orlando”.

[84] E così tutte l'altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch'egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n'era in quel loco.

[84] E così anche (anco) tutte le altre [ampolle] avevano scritto il nome di coloro ai quali appartenne (di color di chi fu) il senno. Il cavaliere di Francia (duca franco – cioè Astolfo – , considerato che Astolfo era inglese di nascita, l’aggettivo franco è da intendersi probabilmente come paladino di Francia oppure inteso come prode/valoroso - perifrasi) vide gran parte del suo; ma lo fecero (lo fenno) meravigliare assai di più molti a cui lui credeva non dovesse averne mancante neppure (manco) una goccia (dramma – ottava parte dell’oncia, indica una piccola quantità), e qui invece diedero lampante dimostrazione (dénno chiara notizia) che ne avevano poco; dal momento che (che) in quel luogo ce n'era una gran quantità.

[85] Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.

[85] Alcuni (Altri… altri… altri…ecc. - anafora) perdono il senno (lo perde) in amore, altri nel ricercare gli onori, altri cercando ricchezze attraversando il mare (scorrendo il mar); altri sperando di ottenere benefici dai signori (speranze de' signori), altri dietro alle sciocchezze della magia (magiche sciocchezze – le scienze occulte e le superstizioni); altri in gemme, altri nelle opere dei pittori, ed altri in cose che apprezzano al di sopra di ogni altra  (in altro che più d'altro aprezze). Lì era raccolto il senno di filosofi (sofisti) e (e…e… - polisindeto) astrologi, e anche molto dei poeti.

[86] Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l'oscura Apocalisse.
L'ampolla in ch'era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch'Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch'uno error che fece poi, fu quello
ch'un'altra volta gli levò il cervello.

[86] Astolfo prese (tolse) il suo, cosa che gli fu concessa dall'autore dell'oscura Apocalisse (lo scrittor de l'oscura Apocalisseperifrasi - si riferisce a San Giovanni autore dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, di lettura molto difficile). L’ampolla nella quale c’era [il suo senno] (in ch'era) si limitò a metterla (sol si messe) sotto il naso (al naso), e sembra che il senno (quello) se ne tornasse (ne gisse) alla sua dimora naturale (luogo suo – nel cervello): e pare che Turpino (Turpin – Turpino leggendario arcivescovo di Reims, autore delle prime cronache cavalleresche tra cui Vita di Carlo Magno) attesti (confesse) che da lì (da indi – lat.) in avanti (in qua – da allora) Astolfo visse lungo tempo come un uomo saggio; ma un errore che poi commise (uno error che fece poi – si innamorerà della moglie di un castellano e per questo punito dalla Maga Alcina che lo getto in mare e lo fece inghiottire da una balena), fu quello che lo fece impazzire un'altra volta.

[87] La più capace e piena ampolla, ov'era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l'altre essendo a monte.
Prima che ‘l paladin da quella sfera
Piena di luce alle più basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;

 

[87] Astolfo prese (tolle) l'ampolla più capiente e più piena, dove era il senno che era solito rendere saggio (solea far savio) il conte Orlando; e non era così leggera, come giudicò (stimò) quando era ammonticchiata (a monte) insieme alle altre.
Prima che il paladino discenda da quella sfera piena di luce alle [sfere] più basse (alle più basse smonte – cioè dal cielo della luna a quelli del fuoco e dell’aria) fu condotto (menato fu) da San Giovanni (l’apostolo santo - perifrasi) in un palazzo dove accanto scorreva un fiume;



Riassunto

Astolfo con San Giovanni, che ha il compito di fare da guida in questo viaggio nel mondo oltremondano della luna, si accomodano sul carro guidato da quattro cavalli dal manto rosso fuoco e volano verso la sfera di fuoco che si trova tra la terra e la luna, oltrepassandola.
Giunti sulla luna Astolfo vede con stupore che la maggior parte di quel luogo ha l’aspetto di un globo d’acciaio ed è molto più grande di quanto avesse immaginato vedendola dalla terra dove sembrava un picciol tondo.
Il mondo della luna è uno specchio rovesciato della realtà terrestre dove vi sono gli stessi elementi che ci sono sulla terra: pianure, valli, montagne, città, case, selve. La terra vista dalla luna sembra molto più piccola e quasi insignificante.
In un vallone della luna sono raccolte e ammassate tutto quanto gli uomini hanno smarrito sulla terra:

  • Le ricchezze che dipendono dalla fortuna;
  • La fama che dura poco;
  • le inutili suppliche e preghiere
  • i vani sospiri degli amanti,
  • i regni antichi,
  • il tempo sprecato in progetti che non si realizzano mai,
  • i trattati politici e di pace
  • le protezioni dei potenti
  • le miserie della vita di corte fatta di adulazioni e servilismo
  • gli incarichi di potere,
  • i versi poetici di adulazione,
  • la bellezza delle donne
  • il senno, ecc.

Arrivato nel vallone delle cose perdute, Astolfo trova il senno. Ce n’è una grande quantità, anche di persone che non diresti mai l’abbiano perduto, e inaspettatamente Astolfo trova anche il proprio.  Il senno di ognuno è contenuto in un’ampolla ed ha l’aspetto di un liquido fluido (liquor suttile) che evapora facilmente.
Astolfo si porta al naso l’ampolla che contiene il suo senno e annusandola ritorna ad essere un uomo saggio, almeno fino a quando non commette un nuovo errore che gli toglierà di nuovo il senno.
Prende poi l’ampolla di Orlando, che è l’ampolla più grande e si appresta a tornare sulla terra.


Analisi del testo

L’inizio di questo brano introduce in un mondo fantastico, il modo dell’aldilà o dell’oltremondo, e tutto il brano è dominato dalla magia e da eventi inconsueti. Del resto, anche il protagonista, Astolfo, possiede poteri straordinari e si caratterizza per la sua capacità di compiere incantesimi utilizzando oggetti fatati. Il lettore viene predisposto attraverso tutto ciò ad una visione di sogno.
Diversi gli elementi che riconducono a Dante:

  • San Giovanni ha il compito di fare da guida ad Astolfo analogamente a Virgilio per Dante;
  • La luna ricorda la luna dantesca simile ad una nube “lucida, spessa, solida e pulita”;

ma la narrazione è ben differente rispetto alla Divina Commedia, in Ariosto prevale infatti l’ironia e la dimensione satirica.
L’autore stilando un lungo elenco delle cose che trova sulla luna mostra come la vita degli uomini sulla terra sia condizionata dal loro continuo affannarsi per la conquista di beni fugaci e dall’essere soggetti a vanità, tutto ciò ha come conseguenza la perdita del senno.
L’atteggiamento di Ariosto non è moralizzatore ma piuttosto ironico e pungente, traspare il disincanto del poeta nei confronti della vita.
L’ironia di Ariosto va a colpire vari ambiti:

  • Egli ironizza sulla società del suo tempo rappresentando bonariamente i difetti e le ipocrisie degli uomini e sottolineando la vanità delle aspirazioni umane. In particolare, Ariosto fa riferimenti ironici alla vita di corte polemizzando contro il servilismo dei cortigiani, spesso dediti ad occupazioni inutili e vane: l'inutil tempo che si perde a giuoco, / e l'ozio lungo d'uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco – vv.2/4 ott.75, e criticando i letterati rinascimentali che usano il loro talento per adulare signori e protettori;
  • Condanna la stoltezza umana di cui elenca diversi esempi all’ottava 85 ispirandosi molto probabilmente alle Satire (II, III) di Orazio e all’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam;
  • Le critiche di Ariosto non risparmiano neppure il mondo femminile. Il poeta ritiene l’amore un laccio dorato e accusa le donne di utilizzare la loro avvenenza come trappola per irretire gli uomini (ottava 81, vv.1/2 ) sottolineando così la rapida caducità della bellezza femminile;
  • Inserendo la categoria dei poeti nell’elenco di coloro che perdono il senno Ariosto ironizza anche su se stesso che a quella categoria appartiene.

Astolfo

Astolfo, figlio del re di Inghilterra, paladino di Carlo Magno e cugino di Orlando, appare più volte nel poema fin dal canto VI dell’Orlando Furioso. Amato dalla maga Alcina viene poi da lei trasformato in una pianta (il mirto). Riacquistate le sue sembianze diventa protagonista di vari episodi fantastici:

  • Cavalca un’ippogrifo;
  • Lotta con avversari dai poteri straordinari: il gigante Caligorante, il mostro Orrilo, le Arpie;
  • Compie imprese eccezionali utilizzando delle armi magiche: una lancia incantata, un corno dal suono spaventoso che mette in fuga i nemici, un libro attraverso cui può vanificare ogni magia.

È un personaggio già presente nella tradizione letteraria, lo si trova per esempio nel Morgante di Pulci, in cui però è una figura meno nobile, un po’ guascone e infido.


Il topos del viaggio nell’aldilà

La tradizione dei viaggi nell’oltremondo, di cui la Divina Commedia di Dante rappresenta l’esempio più illustre, è largamente diffusa anche nei poemi cavallereschi.
Il viaggio di Astolfo dell'Orlando furioso si colloca in questa tradizione anche se in questo caso l’impresa non è determinata dalla curiosità di indagare sul destino ultraterreno dell’uomo ma da uno scopo puramente pratico, legato al compimento di una missione: recuperare il senno di Orlando.


La luna

La luna dell’avventura di Astolfo è allo stesso tempo simile ed opposta alla terra. Per la descrizione della luna Ariosto fa riferimento a varie fonti del mondo letterario:

  • All’ottava v.70, vv.5/6:  e lo trovano uguale, o minor poco / di ciò ch'in questo globo si raguna – il riferimento che sembra seguire è la Storia Naturale di Plinio (II, 11) che attribuiva al satellite le stesse dimensioni della terra;
  • All’ottava 70, v.4: come un acciar che non ha macchia alcuna – la descrizione della luna come se fosse uno specchio probabilmente deriva da Dante che la descrisse comeuna nube lucida, spessa, solida e pulita, / quasi adamante che lo sol ferisse (Paradiso, II, 32/33);
  • All’ottava 72, vv.1/8: Altri fiumi, altri laghi, altre campagne… - la descrizione degli elementi del paesaggio si avvale dell’enumerazione e rimanda ad una delle Intercenali di Leon Battista Alberti, Somnium, che presenta, nella sua descrizione di un immaginario paese dei sogni, particolari analoghi a quelli della luna ariostesca.

La descrizione della luna in rapporto alla terra e la riflessione su come da una diversa prospettiva appaiano diverse le cose tanto da apparire quel paese  … sì grande un picciol tondo (ott.71), porta Ariosto ad un discorso più generale che sottolinea come l’importanza delle cose sia sempre relativa e dipenda dal punto di vista da cui vengono analizzate.
La luna è il ricettacolo di tutto ciò che è frutto dell’incessante insensatezza degli uomini, l’elenco potrebbe essere lunghissimo, l’unica cosa che non si può trovare sulla luna è la pazzia perché quella risiede unicamente nel mondo terrestre.


Analisi metrica

Ottave di endecasillabi con schema rime (alternate e baciate): ABABABCC.
Il racconto è fiabesco e sottilmente ironico, ricco di termini alti, latinismi e arcaismi. Le figure retoriche sono numerose e varie.


Figure retoriche

Approfondimento di alcune figure retoriche:

Anafora

  • …in questo globo si raguna, / in questo ultimo globo, vv.6/7 ott. 70

Climax

  • tumulti e grida, v.4 ott.76;
  • altri fiumi, altri laghi, altre campagne, v.1 ott.72;
  • altri piani, altre valli, altre montagne, v.3 ott.72;
  •  

Chiasmo

  • ciò che si perde qui, là si raguna, v.8 ott.73;

Endiadi

  • i fumi … e i favori, v.6 ott.78

Metafore – varie metafore contribuiscono a rendere pungente l’ironia del testo su alcune diffuse usanze di quei tempi ed in particolare quelle che rinviano alla vita cortigiana nonché all’esperienza diretta di Ariosto:

  • Ami d'oro e d'argento, v.1 ott.77 –i regali fatti per un proprio tornaconto sono come ami per attirare il favore dei potenti;
  • in ghirlande ascosi lacci, v.5 ott.77 - le adulazioni sono strumentali ad ottenere qualcosa e vengono nascosti dietro una bella presentazione (la ghirlanda).
  • Di cicale scoppiate imagine hanno / versi ch'in laude dei signor si fanno, vv.7/8 ott.77 – le cicale rappresentano i poeti e il canto della cicala è inutile così come i versi d’occasione dei poeti cortigiani sono chiacchiere vuote che hanno il solo scopo di adulare i propri Signori;
  • I mantici … / sono i fumi dei principi e i favori, v.5/6 ott.78 – i mantici che sono strumenti con cui soffiare aria per alimentare il fuoco rappresentano l’inconsistenza dei riconoscimenti e dei favori;
  • d'aquile artigli, v. 3 ott. 78 – si riferisce alla rapacità dei potenti nell’esercizio della loro autorità;
  • poi vide boccie rotte di più sorti, / ch'era il servir de le misere corti, vv. 7/8 ott. 79 – le ampolle rotte rappresentano la servitù delle misere corti perché il favore accordato al cortigiano è fragile come il vetro e può infrangersi quando egli non serve più;
  • versate minestre, v.1 ott.80 - le minestre versate sono le elemosine fatte dopo la propria morte che essendo poco meritorie perché tardive ed opportuniste non servono a nulla  così come inutili sono le minestre versate a terra.

Metonimia

  • ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia, v.5 ott.71 – cigliasta per vista - la parte per il tutto.


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