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Letteratura

Cosí nel mio parlar voglio essere aspro

Parafrasi e analisi

(Rime petrose)

Dante Alighieri

· Pubblicato ·

La donna-petra

Dante, dal linguaggio dolce con cui nella Vita Nuova canta la donna-angelo, passa, con questa lirica, con uguale abilità, al linguaggio aspro con cui canta la donna-petra, la donna crudele e ammaliatrice.
La poesia Così nel mio parlar voglio essere aspro è completamente agli antipodi del dolce stilnovo, è un componimento brutale e drammatico e, a detta di alcuni critici letterari, in alcuni passi sadico e violento.


TESTO

PARAFRASI

[1] Così nel mio parlar voglio esser aspro
com’è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d’un diaspro
tal che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda;
ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda
si dilunghi da’ colpi mortali,
che, com’avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun’arme:
ch’io non so da lei né posso atarme.

 

[1] Nel mio [modo di] parlare voglio essere violento (aspro) così come è nel suo modo di fare (ne li atti) questa bella [donna di] pietra (petra similitudine e metafora), la quale racchiude (impetra) sempre (ognora) maggiore durezza e maggiore (più) crudeltà di carattere (natura cruda) e veste la sua persona di un diaspro (diaspro – pietra dura - metafora) tale che grazie a esso (per lui) o a causa del fatto che ella (perch’ella) si tira indietro (s’arretra), non esce giammai dall’arco (di faretra - metafora) una freccia (saetta) che la sorprenda (colga) indifesa (ignuda - metafora); ed ella uccide (ancide - iperbole) e non serve (non val) che l’uomo (om - francesismo) si protegga (si chiuda) né si allontani (si dilunghi) dai colpi mortali, che, come avessero le ali (similitudine),  raggiungono il destinatario (giungono altrui) e spezzano ogni arma (ciascun’arme - metafora): così () che io non so né posso difendermi (atarme - aiutarmi) da lei.

[14] Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi
loco che dal suo viso m’asconda:
ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’l peso che m’affonda
è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
di rodermi il core a scorza a scorza
com’io di dire altrui chi ti dà forza?

 

[14] Non trovo una difesa (scudo - metafora) che ella non mi spezzi né un luogo (loco - latinismo) che mi nasconda (m’asconda) dal suo sguardo (viso - latinismo): perché (ché) [ella] occupa (tien) la cima della mia mente così come il fiore [occupa la cima] del ramo (come fior di fronda - similitudine). Pare che si preoccupi (par che si prezzi) del mio dolore (mal) altrettanto (cotanto) che (quanto - similitudine) una nave (legno - metonimia) [si preoccupa] di un mare che non solleva (lieva) onda; e l’angoscia che mi abbatte (’l peso che m’affonda - metafora) è così grande (tal) che [nessuna] poesia (rima metonimia – la parte per il tutto) potrebbe esprimerlo adeguatamente (adequar).
Ahi lima [d’amore] (metafora) angosciosa e spietata (dispietata) che consumi (scemi) silenziosamente (sordamente) la mia vita perché non hai ritegno (non ti ritemi) di mangiarmi (rodermi - metafora) il cuore (core - latinismo) a poco a poco (a scorza a scorza) così () come io [ho ritegno] di dire agli altri (altrui) chi ti dà la forza [di consumarmi]?

[27] Ché più mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov’altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor sì che si scopra,
ch’io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d’Amor già mi manduca:
ciò è che ‘l pensier bruca
la lor vertù sì che n’allenta l’opra.
E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra
con quella spada ond’elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego:
ed el d’ogni merzé par messo al niego.

 

[27] Infatti (Ché) quando (qualora) io penso a lei (di lei) in luogo (in parte) dove qualcuno (ov’altri) [mi] veda (li occhi induca – porti gli occhi) nel timore che (per tema) non traspaia (traluca) all’esterno (di fuor) il mio pensiero così da essere scoperto (sì che si scopra) ho paura (mi triema il cor), più di quanto io (ch’io) non [ne] abbia (non fo – non faccio) della morte, che già mi mangia (mi manduca – latinismo - metafora) ogni senso con i (co li) denti di Amore (Amor - personificazione): questo (ciò) significa (è) che la loro forza (vertù) consuma (bruca - metafora) il pensiero e ne indebolisce (n’allenta) l'attività (opra - latinismo).
Egli (E’ = ei, cioè Amore - personificazione) mi ha gettato (m’ha percosso) a terra e mi sovrasta (stammi sopra - metafora) con quella spada con cui egli (ond’elli) uccise (ancise) Didone (Dido – parallelismo tra Didone e Dante), Amore (personificazione e apostrofe), che (a cui) io grido e umilmente prego (il priego) chiedendo pietà (merzé chiamando – merzè è latinismo): ma lui (el) sembra (par) intenzionato a negare (messo al niego) ogni pietà (merzé).

[40] Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e ‘l sangue, ch’è per le vene disperso ,
fuggendo corre verso
lo cor, che ‘l chiama; ond’io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
forte che ‘l dolor nel cor rimbalza:
allor dico: "S’elli alza
un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
prima che ‘l colpo sia disceso giuso".

 

[40] Egli [Amore] alza ripetutamente (ad ora ad or) la mano e sfida la mia debole vita, questo (esto - latinismo) spietato (perverso), che mi tiene steso supino (a riverso) a terra incapace (stanco) di qualunque reazione (d’ogni guizzo): allora mi nascono (mi surgon) nella mente grida (strida); e il sangue, che scorre nelle vene (ch’è per le vene disperso), fuggendo corre verso il cuore, che lo (‘l) chiama; per cui io (ond’io) rimango pallido (bianco).
Egli (Elli - latinismo) mi ferisce (mi fiede - latinismo) sotto il braccio sinistro (manco) [al cuore] così () forte che il dolore rimbalza nel cuore: allora dico: "Se egli alza la mano un'altra volta, la Morte (personificazione) mi avrà ucciso (chiuso) prima che il colpo arrivi a segno (che ‘l colpo sia disceso giuso)".

 

[53] Così vedess’io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che ‘l mio squatra;
poi non mi sarebb’atra
la morte, ov’io per sua bellezza corro:
ché tanto nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Omè, perché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?
ché tosto griderei: "Io vi soccorro";
e fare’l volentier, sì come quelli
che nei biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere’le allora.

 

[53] Potessi io vedere (vedess’io) allo stesso modo (Così) lui [Amore] colpire (fender - latinismo) in mezzo (per mezzo) il cuore (core - latinismo) di quella [donna] crudele che fa a pezzi (squatra - metafora) il mio; poi non mi sarebbe dolorosa (atra – nera - latinismo) la morte, dove io (ov’io) corro (metafora – non è un correre fisico ma per la passione) per la sua bellezza: perché (ché) questa bandita (scherana - gotismo) assassina (micidiale) e ladra (latra – latinismo – paronomasia e rima perfetta con latra al verso successivo) colpisce () tanto nel sole quanto nell’ombra (nel rezzo rezzo sta per orezzo).
Ahimè (Omè), perché [l’amata] non urla [d’amore] (latra - metafora) per me, come io [urlo] per lei, nel burrone (borro - metafora) della passione (caldo)? Poiché (ché) subito (tosto) griderei: "Vengo io a salvarvi"; e lo farei (fare’l) volentieri, come quelli che (sì come quelli) mettono la mano nei biondi capelli che Amore (personificazione) per consumarmi arriccia (increspa) e colora d'oro (dora), e allora le piacerei.

 

[66] S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,
anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.

 

[66] Se io avessi afferrato (prese) le belle trecce che per me son diventate (fatte) una frusta (scudiscio) e una sferza (ferza), prendendole (pigliandole) prima delle nove (anzi terza) trascorrerei (passerei) con esse pomeriggio e sera (vespero e squille - metafore): e non sarei pietoso, né cortese, anzi farei come l'orso (metafora e similitudine) quando scherza [sarei violento]; e se Amore (personificazione) mi sferza con esse, io mi vendicherei oltre mille volte tanto (di più di mille).
E in più (Ancor) guarderei da vicino (presso) e fisso  (fiso - latinismo) negli occhi, da cui escono (ond’escon) le scintille (le faville) che mi infiammano il cuore, che io porto [dentro di me] ucciso (ch’io porto anciso); per vendicare il fatto che lei fugge da me (lo fuggir che mi face); e poi la perdonerei e tornerei ad amarla (le renderei con amor pace).

 

[79] Canzon, vattene dritto a quella donna
che m’ha ferito il core e che m’invola
quello ond’io ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta,
ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

 

[79] Canzone (apostrofe), va' direttamente (vattene dritto) da (a) quella donna che mi ha ferito il cuore e che mi sottrae (m’invola) quello di cui io (quello ond’io) ho più desiderio (ho più gola), e colpiscila al cuore con una freccia (e dàlle per lo cor d’una saetta), poiché (ché) nel vendicarsi (in far vendetta) si ottiene un bell'onore (bell’onor s’acquista).

 


Riassunto

Prima strofa (vv.1-13) – Il poeta vuole replicare alla durezza della donna che non corrisponde il suo amore e lo fa soffrire con l’asprezza delle sue parole e del suo canto.

Seconda strofa (vv.14-25) – il poeta davanti a lei è indifeso perché ella è come il fiore che sta alla cima del ramo, sulla sommità dei suoi pensieri. L’inattaccabile indifferenza della donna acuisce il dolore del poeta e le sue pene d’amore.

Terza strofa (vv.27-39) – La figura di Amore domina questa strofa e la seguente: Amore aggredisce il poeta annullando le sue capacità sensoriali, quanto quelle intellettive, facendo emergere solo il pensier d’amore e assalendolo con la stessa spada con cui Didone si uccise.

Quarta strofa (vv.40-52) – Amore spietatamente gli toglie ogni speranza, lo minaccia mentre egli è incapace di reagire e lo colpisce con un fendente proprio vicino al cuore, tanto che egli pensa che morirà.

Quinta strofa (vv.53-65) – A partire da questa strofa si ha un rovesciamento dei ruoli e delle posizioni dei personaggi: il poeta sogna di vendicarsi e immagina che non sia più lui a soffrire per la passione amorosa ma Petra, che viene colpita e travolta da Amore.

Sesta strofa (vv.66-78) – Il sogno di vendetta continua ed il poeta immagina di aggredire fisicamente la donna accanendosi sui simboli della femminilità amati dagli uomini e cantati dai poeti: i capelli e gli occhi. E poi finirebbe per perdonarla.

Congedo (vv. vv.79-83) – Dante nel congedo invita la canzone a ferire il cuore della donna con una freccia d’amore e con la vendetta recuperare il proprio onore e la propria dignità distrutti.


Rime petrose

Le Rime petrose raccolgono componimenti poetici (2 canzoni, 1 sestina, 1 sestina doppia), affini per tematica e stile, dedicati ad una donna sensuale e crudele, indifferente all’amore del poeta.
Il termine Rime petrose deriva da Petra, definizione con cui Dante apostrofa la donna, probabile senhal che allude alla durezza della donna, ma i commentatori non escludono che possa trattarsi del nome proprio.
Il modello di questa lirica dantesca è, per dichiarazione esplicita dell’autore (De vulgari eloquentia II, 10 e 13), Arnaut Daniel, trovatore provenzale, maestro del trobar clus (poetare oscuro, ermetico) e inventore della sestina.


Tematiche della poesia

Tema centrale di questa canzone è il tormento e il dolore provocati dalla durezza e crudeltà della donna amata, Petra.

 


Analisi del testo della poesia

Nel periodo in cui Così nel mio parlar voglio essere aspro viene composta, Beatrice è già morta e Dante non è ancora stato mandato in esilio; quindi, è tra il 1296 e il 1298. In questa fase, il poeta ha ormai superato, sia sul piano esistenziale che su quello artistico, la visione stilnovistica dell’amore e riprende la tematica dell’amore doloroso di Cavalcanti ma in un’ottica tragica e violenta anziché malinconica.
La struttura della canzone si bassa sulla ripetizione tematica e sul parallelismo in cui agli atti di questa donna di pietra (petra) corrisponde il parlar aspro del poeta. Vi è uno stretto legame tra forma e contenuto e: durezza del linguaggio (stile aspro) in relazione alla durezza dell’esperienza sentimentale con una donna crudele.
L’asprezza formale determina un linguaggio molto distante dallo stile dolce e soave della produzione poetica precedente; tuttavia, permangono in alcuni punti della lirica alcuni elementi tipici dello stilnovismo ed alcuni canoni dell’amore cortese, per es.:

  • per rispetto della donna amata il poeta non rivela di chi si tratta, non fa nomi ma usa il soprannome di Petra, come sottolinea al verso 26: com’io di dire altrui chi ti dà forza.
  • Amore è personificato, anche se è un Amore che ha gli stessi caratteri crudeli e violenti di Petra ed a cui verrà affidato il compito di realizzare i propositi di vendetta del poeta;
  • Il richiamo ai simboli della femminilità: capelli e occhi della donna, amati dagli uomini e cantati dai poeti. Elementi profanati dall’accanimento con cui la donna viene aggredita fisicamente nella parte conclusiva;
  • I riferimenti allo sguardo e al cuore.

Differenze con Vita nuova

Così nel mio parlar voglio essere aspro presenta la donna e il sentimento amoroso in modo totalmente differente rispetto alle poesie della Vita nuova:

  • L’immagine femminile è ribaltata: il soggetto non è più la donna-angelo ma la donna-petra;
  • L’uomo dinnanzi alla donna non prova più smarrimento e incapacità di reggerne lo sguardo ma desiderio di possesso e di appagamento amoroso;
  • Il tema centrale non è più la lode della donna salvifica ma l’espressione del dolore provocato dalla crudeltà della donna;
  • Il sentimento amoroso non trova più l’appagamento derivante dal saluto della donna ma rimane completamente inappagato e genera sogno di vendetta.

Dante e Didone

Ai vv.35/39 il poeta cita l’episodio narrato nel libro IV dell’Eneide virgiliana, in cui Didone, regina di Cartagine, innamorata infelice di Enea, che ospita nel suo palazzo, si uccide, quando egli decide di riprendere il suo viaggio, con la spada che lui le ha donato.
Il riferimento letterario crea un parallelismo tra Didone, esempio di amore passionale e violento, e Dante, travolto da un innamoramento non corrisposto che lo può portare sulla strada del suicidio.
Didone, considerata nel Medioevo esempio di lussuria, verrà collocata da Dante, nella Divina Commedia, tra i suicidi per amore del V canto dell’Inferno.


Parole chiave

Così nel mio parlar voglio essere aspro è una rappresentazione esasperata della passione amorosa in cui risultano parole chiave:

  • Aspro;
  • Petra;
  • Vendetta.

Conclusione

La parte conclusiva della lirica, a partire dalla quinta strofa, è all’insegna della vendetta rabbiosa del poeta e si ha un rovesciamento dei ruoli e delle posizioni dei personaggi: il poeta immagina che non sia più lui a soffrire per la passione amorosa ma la donna, attraverso l’azione di Amore che la colpisce con le sue frecce.
L’aggressione diventa fisica e si concentra prima sui capelli, espressione di femminilità e ragione di attrazione, poi sugli occhi, altro elemento di seduzione.
Solo attraverso la vendetta il poeta recupera il proprio onore e la propria dignità distrutti dalla passione e dalla durezza della donna.


Analisi metrica

Così nel mio parlar voglio essere aspro è il componimento più significativo del gruppo delle rime petrose per la sua complessità stilistica.
E’ una canzone composta da sei stanze (strofe) di tredici versi ciascuna di endecasillabi (dieci) e settenari (tre).
Ogni stanza è divisa in due parti:

  • La fronte, divisa in due piedi;
  • La sirma – l’ultimo verso della fronte si unisce al primo verso della sirma con una rima detta chiave.

Lo schema delle rime è: ABbC ABbC CDdEE (le maiuscole indicano gli endecasillabi e le minuscole i settenari).
La lirica si chiude con una stanza ridotta, detta congedo (vv.79-83) che riprende la forma della sirma.
Le numerose rime baciate (es. petra/impetra; arretra/faretra; ignuda/chiuda) creano un ritmo incalzante e veloce.
Le rime nel mezzo servono per amplificare il concetto espresso, vedi per es.: dolor nel cor rimbalza: / allor, v.49-50 - in questo caso serve per trasmettere la forte sensazione di dolore al cuore.
La descrizione della passione violenta provata dal poeta e della ostinata crudezza della donna amata avviene inoltre attraverso l’adozione di uno stile realistico e crudo, denso di suoni aspri o gutturali, resi attraverso le numerose allitterazioni, per esempio della consonante r.
Dante utilizza numerosi termini rari e dai suoni aspri, come: borro, squille, scorza, ferza, atra, latra, petra, squatra, impietra, diaspro, faretra, ancide, atarme.
Vi è una propensione alla simmetria e al parallelismo:

  • Nelle coppie di sostantivi, per es.: durezza…natura cruda, v.4; nel sol…nel rezzo, v.57; scudiscio e ferza, v.67; vespero e squille, v.69;
  • Negli aggettivi, per es.: angosciosa e dispietata, v.22; micidiale e latra, v.58; non…pietoso né cortese, v.70;
  • Nei verbi, per es.: non so/né posso, v.13; grido/e…priego, vv.37-38; increspa e doro, v.64; m’ha ferito…m’invola, v.80.

Anacoluto ai vv.62 e 65 (come quelli che / metterei mano): in quanto cambia il costrutto, dalla terza persona singolare si passa alla prima persona singolare.


Figure retoriche

Approfondimento di alcune figure retoriche:

Anastrofe

  • sì ch’io non so da lei né posso atarme, v.13
  • loco che dal suo viso m’asconda, v.15
  • così de la mia mente tien la cima, v.17
  • è tal che non potrebbe adequar rima, v.21
  • che sordamente la mia vita scemi, v.23
  • mi triema il cor, v.27
  • ov’altri li occhi induca, v.28
  • traluca / lo mio penser di fuor, vv.29-30
  • ‘l pensier bruca / la lor vertù, vv.33-34
  • merzé chiamando, v.38
  • umilmente il priego, v.38
  • mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco, v.43
  • allor mi surgon ne la mente strida, v.44
  • per le vene disperso, v.45
  • dolor nel cor rimbalza, v.49
  • così vedess’io lui fender, v.53
  • che ‘l mio squatra, v.54
  • non mi sarebb’atra / la morte, vv.55-56
  • ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo / questa scherana micidiale e latra, vv.57-58
  • per consumarmi increspa e dora, v.64
  • e piacere’le allora, v.65
  • S’io avessi le belle trecce prese, v.66
  • che fatte son, v.67
  • ché bell’onor s’acquista in far vendetta, v.83

Chiasmo

  • maggior durezza e più natura cruda, v.4 – aggettivo + nome / nome + aggettivo

Iperbato

  • de la mia mente tien la cima: / cotanto del mio mal par che si prezzi, vv.17-18
  • el d’ogni merzé par messo al niego, v.39
  • Ancor ne li occhi, ond’escon le faville… guarderei presso e fiso, vv. 74 e 76

Metafora – il testo è denso di metafore, spesso estese su più versi:

  • Molte legate alla rappresentazione della violenza dei sentimenti e del conflitto tra amanti, soprattutto nelle prime due strofe: aspro (v.1), petra (v.2),  diaspro (v.5),  lima (v.22), scorza (v.25).
  • Altre di tema guerresco: faretra (v.7), saetta (v.8), arme (v.12), scudo (v.14), spada (v.36), scudiscio e ferza (v.67);
  • Oppure al tema del mordere e mangiare: rodermi (v.25), mi manduca (v.32), bruca (v.33);
  • Al mondo animale: latra (v.59), orso (v.71 – l’orso che nella cultura del medioevo era metafora della sensualità bestiale).

Paronomasia

  • latra…latra, vv.58 e 59 – il primo latra è un aggettivo con il significato di ladro/ladrone, il secondo latra è un verbo, latrare all’infinito.

Perifrasi

  • Elli mi fiede sotto il braccio manco, v.48 – sotto il braccio manco perifrasi per dire al cuore.


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