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Parafrasi e analisi
Elogio della rosa

(Adone, canto III, Ott. 156 - 161)

Giambattista Marino

· Pubblicato · Aggiornato ·
Adone e Venere, dipinto di Tiziano del 1555
Adone e Venere, dipinto di Tiziano del 1555, custodito dal Metropolitan Museum of Art

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Antefatto:

Mentre cammina tra i boschi Venere si punge il piede con la spina di una rosa bianca che spruzzata dal sua sangue diventa per sempre di colore rosso. Venere si avvicina ad una fonte per pulirsi la ferita e vede il bellissimo Adone addormentato, e se ne innamora. Al risveglio il giovane vorrebbe fuggire, ma Venere lo prega di curarle il piede ferito. Adone medica la ferita e da questo contatto nasce anche in lui l’amore.

 


TESTO

PARAFRASI

[156] Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura,
della Terra e del Sol vergine figlia,
d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
onor dell'odorifera famiglia;
tu tien d'ogni beltà le palme prime,
sopra il vulgo de' fior donna sublime.

[156] Rosa, sorriso (rosa riso - paronomasia) di Amore (Amor – sta per Dio dell’amore - Rosa, riso d'Amor - metafora), creatura (fattura - latinismo) del Cielo, rosa divenuta rossa (vermiglia – in origine era bianca) per il mio sangue, decoro (pregio) del mondo e ornamento (fregio) della natura (pregio/ fregio - paronomasia), vergine figlia della terra e del sole, delizia e preoccupazione (delizia e curaantitesi) di ogni ninfa e [di ogni] pastore (anastrofe), orgoglio della famiglia profumata [dei fiori], tu detieni il primato della bellezza (tu tien d'ogni beltà le palme primemetafora allude al ramo di palma che nel mondo antico veniva assegnato al vincitore), signora (donna – dal latino domina) eccelsa tra i fiori comuni (sopra il vulgo de' fior = regina dei fiori – espressione di origine classica).

[157] Quasi in bel trono imperatrice altera
siedi colà su la nativa sponda;
Turba d'aure vezzosa e lusinghiera
ti corteggia d'intorno e ti seconda;
e di guardie pungenti armata schiera
ti difende per tutto e ti circonda.
E tu fastosa del tuo regio vanto,
porti d'or la corona e d'ostro il manto.

[157] Siedi sullo stelo (sponda) dove sei nata (nativa) come una superba (altera) imperatrice (similitudine) su di un bel trono. Un vorticare di brezze (Turba d’aure - latinismo) dolci e piacevoli (vezzosa e lusinghiera endiadi e anastrofe) ti fanno la corte e ti accarezzano (ti seconda) e una schiera armata di guardie pungenti (guardie pungenti armata schierametafora, anastrofe e perifrasi militare per indicare le spine che difendono la rosa) ti difende e ti circonda da ogni parte.
E tu porti una corona d’oro (d'or la corona = gli stami) e il manto porporino (ostro il manto = i petali), orgogliosa (fastosa) della tua regalità (regio vanto)[anastrofe e metafora].

[158] Porpora de' giardin, pompa de' prati,
gemma di primavera, occhio d'aprile,
di te le grazie e gli amoretti alati
son ghirlanda a la chioma, al sen monile.
Tu qualor torna agli alimenti usati
ape leggiadra, o zeffiro gentile,
dài lor da bere in tazza di rubini
rugiadosi licori e cristallini.

[158] Rosso dei giardini, ornamento (pompa) dei prati (Porpora de' giardin, pompa de' prati - allitterazione), germoglio (gemma) di primavera, luce di aprile (occhio d'aprile intende la parte più splendente di aprile così come l’occhio è la parte più luminosa del viso - metonimia), di te le Grazie e gli Amoretti alati fanno ghirlande per i capelli (chioma), gioielli (monile) per il seno (chiasmo - le Grazie/al sen monile e gli Amoretti alati/ghirlanda a la chioma).
Tu, quando un’ape gentile (leggiadra) o un venticello (zeffiro) leggero tornano a [suggere da te] gli alimenti consueti (alimenti usati = nettare), offri loro da bere gocce (licori) di rugiada (rugiadosi) e di nettare (cristallini) in un calice rosso (tazza di rubini = calice rosso come il rubino – metafora per indicare la corolla).

[159] Non superbisca ambizioso il sole
di trionfar fra le minori stelle,
chè ancor tu fra i ligustri e le viole
scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
splendor di queste piagge, egli di quelle;
egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
tu sole in terra ed egli rosa in cielo.

[159] Non si inorgoglisca (superbisca) il sole ambizioso (personificazione) di trionfare fra le stelle minori, perché tu mostri (scopri) le tue grazie (pompe) superbe e belle (endiadi) anche (ancor) fra i ligustri e le viole.
Con le tue bellezze incomparabili (uniche e sole) tu sei lo splendore di questi luoghi terreni (di queste piagge), il sole (egli) [lo è] di quelli [del cielo], egli nella sua orbita (cerchio suo) è la rosa del cielo, tu, sul tuo stelo, [sei] il sole della terra (metafora – la rosa viene paragonata al sole) [egli/tutu/egli chiasmo].

[160] E ben saran tra voi conformi voglie:
di te fia 'l sole, e tu del sole amante.
ei delle insegne tue, de le tue spoglie
l'aurora vestirà nel suo levante.
Tu spiegherai ne' crini e nelle foglie
la sua livrea dorata e fiammeggiante;
e per ritrarlo ed imitarlo a pieno,
porterai sempre un picciol sole in seno.

[160] E giustamente (ben) i vostri desideri (voglie) saranno similari (conformi), tu sarai amante del sole, e il sole [lo] sarà (fia) di te. egli (ei), al suo sorgere (nel suo levante), vestirà l’aurora del colore dei tuoi petali (delle insegne tue, de le tue spoglie - chiasmo).
Tu distenderai (spiegherai) nei [tuoi] petali (crini) e nelle [tue] foglie la sua veste (livrea) dorata e luminosa (fiammeggiante); e per somigliargli (ritrarlo) e imitarlo completamente (a pieno), porterai sempre un piccolo sole (picciol sole = il pistillo - metafora) dentro di te (in seno).

[161] E perch’a me d’un tal servigio ancora
qualche grata mercé render s’aspetta,
tu sarai sol tra quanti fiori ha Flora
la favorita mia, la mia diletta.
E qual donna più bella il mondo onora
io vo’ che tanto sol bella sia detta,
quant’ornerà del tuo color vivace
e le gote e le labra. – E qui si tace.

[161] E perché ancora [ci] si aspetta da (a) me una ricompensa (qualche grata mercé render) di un tale servizio (servigio) [che mi hai reso favorendo l’amore tra me e Adone], tu sol (sol) sarai la mia favorita, la mia diletta (la favorita mia, la mia diletta - chiasmo), tra quanti fiori possiede (ha) la [dea] Flora (fiori ha Flora - paronomasia). E qualunque (qual) donna il mondo onora [come la] più bella, io voglio (vo’) che sia detta bella soltanto (tanto sol) [per] quanto ornerà le  guance (gote) e le labbra del tuo vivace colore.-E qui tace.


Riassunto:

Venere, in queste sei ottave, si rivolge alla rosa tessendone l’elogio in quanto, anche se indirettamente, è stata la causa del suo innamoramento e la proclama regina dei fiori.

La rosa, nella tradizione lirica, è sempre simbolo della persona amata e qui, dunque, di Adone stesso.


Analisi:

L’elogio della rosa è pronunciato da Venere nel terzo canto dell’Adone, poema mitologico in cui sono narrati gli amori di Venere e Adone e la morte di quest’ultimo, ucciso da un cinghiale aizzatogli addosso da Marte, geloso di Venere.
Il brano “Elogio della rosa” contiene i tratti peculiari della poesia di Marino e della poesia barocca in genere:

  • l’esigenza di descrivere la realtà fin nei suoi minuti particolari;
  • Languidezza pervasa di dolcezza;
  • L’abbondanza di fugure retoriche ed in particolare di metafore;
  • Il ritmo musicale.

Il primo verso, l’incipit:“Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura“, è un concentrato di figure retoriche che impreziosiscono il verso: la personificazione di Amore e Cielo; la paronomasia rosa/riso, che differiscono solo per una vocale a/i l’allitterazione (Rosa, riso d'Amor); il chiasmo che pone vicini Amor e Ciel e all’estremità del verso riso e fattura.  
Questa ricchezza di figure retoriche continua poi per l’intero brano in cui la natura appare vivificata, animata e personificata.
L’ultima ottava raggiunge il culmine del virtuosismo tecnico: le numerose metafore s’intrecciano, e nascono addirittura l’una dall’altra. Traspira un certo compiacimento del poeta per la sua capacità virtuosistica.


Metrica:

Ottave di endecasillabi. Schema ABABABCC.






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