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Io m’aggio posto in core

(Sonetto vv. 1-14)

Jacopo da Lentini

immagine due cantori - amor cortese
Dipinto raffigurante due cantori

TESTO

PARAFRASI


[1] Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco, c’aggio audito dire,
o’ si mantien sollazo, gioco e riso.


[1] Nel mio cuore mi sono riproposto (m’aggio posto in core) di servire Dio, affinchè io (com’io) possa andare (gire[1]) in paradiso, in quel santo luogo, di cui  ho sentito parlare (c’aggio audito dire), dove si durano ininterrottamente (mantien) divertimento (sollazo), gioco e riso[2] .


[5] Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’à blonda testa e claro viso,
che sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.


[5] Ma non vi vorrei andare (non vi voria gire) senza la mia amata (donna)[3], colei che ha capelli biondi (blonda testa [4]) e il viso luminoso (claro viso), perché senza di lei non potrei godere, stando separato dalla mia donna.

[9] Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io pecato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

[9] Ma non lo dico con l’intenzione di commettere  peccato, ma solo per vedere il suo virtuoso contegno (bel portamento[5]).


[12] e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
che·l mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.


[12] e il bel viso e il dolce sguardo (morbido sguardare): perché lo riterrei (l mi teria) una gran consolazione vedere la mia amata stare in gloria (ghiora[6] stare).

NOTE

[1] Gire – latinismo. Anche al verso 5.

[2] Sollazo – gioco – riso = valori tipici della società cortese, richiamati dai trovatori nei loro componimenti.

[3] Donna = signora/padrona termine usato dai provenzali per definire le loro amate.

[4] blonda testa = claro viso: canoni di bellezza della donna nelle liriche cortesi.

[5] Bel portamento = ha valenza più morale che fisico, sta per donna di onesti costumi.

[6] Ghiora = forma popolare del termine gloria.

Analisi del testo:

Riassunto: Il poeta dichiara di volersi mettere al servizio di Dio per conquistare il premio eterno, il paradiso. Nei versi seguenti emerge che il paradiso a cui pensa lo immagina come il più piacevole dei luoghi terreni, come una sorta di prolungamento terreno della gioia e dei piaceri della vita di corte.
Egli non vuole commettere peccato, bensì conciliare l’amore profano per la sua amata con l’amore per Dio, l’amore sacro: la gioia che egli immagina di condividere con la sua signora (donna) scaturisce infatti dalla contemplazione della sua bellezza nella gloria del paradiso.
Divinizzazione della donna: elogia caratteristiche fisiche e morali della donna (capelli biondi e sguardo luminoso, il bel viso, l’intensità dello sguardo) e la nobiltà d’animo/il decoro (il portamento) tipiche della cultura cortese.
Il poeta mostra un atteggiamento di sudditanza e di fedeltà nei confronti della donna (senza di lei non può provare gioia), come dimostra la ripetizione del sintagma “mia donna”= mia signora. A differenza di quanto avveniva nella lirica provenzale, manca qualsiasi riferimento al desiderio erotico, alla volontà di esplorare anche la dimensione fisica e carnale dell’amore. Siamo all’inizio del processo di spiritualizzazione e divinizzazione della donna (donna angelo) che verrà portato a termine dallo Stilnovo; amor sacro e amor profano in questo sonetto non coincidono ancora.

Metro:

Sonetto. Endecasillabi ripartiti in 4 strofe: 2 quartine con rima alternata e 2 terzine con rima incatenata. Schema di rime: ABAB, ABAB, CDC, CDC.
Rime siciliane: servire (v.1), dire (v.3), gire (v.5), gaudere (v.7).

 

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