Riassunto e analisi del testo
Mastro-don Gesualdo

I Vinti

Giovanni Verga

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Dipinto di Courbet: Gli spaccapietre
Dipinto di Courbet: Gli spaccapietre

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IL SECONDO ROMANZO DE I VINTI

Mastro-don Gesualdo è uno dei più famosi romanzi di Giovanni Verga. E’ il secondo romanzo del ciclo dei Vinti. Il protagonista è Gesualdo Motta un uomo di umili origini il cui scopo nella vita è l’accrescimento del proprio patrimonio (tema analogo a quello della novella La roba).
Il romanzo ha una lunga elaborazione.
Verga ne redige due versioni:

  • La prima in una rivista (Nuova Antologia) in cui viene pubblicato a puntate nel 1888. Questa versione non soddisfa l’autore
  • La seconda in volume (Treves editore) del 1889 che rappresenta una vera e propria riscrittura e un ampliamento (si passa da 15 a 21 capitoli).


 

Lo sfondo storico e l'ambientazione

Il romanzo è ambientato prima dell’Unità d’Italia, infatti la vicenda di  Mastro-don Gesualdo si svolge tra il 1820-21 e il 1848-49, in periodo risorgimentale ed ha luogo fra la provincia di Catania (a Vizzini) e Palermo.
Alcuni eventi storici importanti fanno da sfondo:

  • Una rivolta carbonara (che per Verga avviene nel 1821 ma che in realtà ebbe luogo nel 1820);
  • L’epidemia di colera del 1837;
  • La rivoluzione del 1848;
  • La nascita della borghesia terriera e imprenditoriale (di cui Gesualdo è un rappresentante);
  • E il decadimento della nobiltà cittadina (quella per esempio del duca di Leyra)

Cambia l’ambito sociale dei personaggi rispetto a I Malavoglia (mondo chiuso e monoculturale dei contadini e dei pescatori) perché Mastro-don Gesualdo riguarda strati sociali molto diversificati: contadini, servitori, ceto ecclesiastico, borghesi, nobili cittadini e aristocrazia di provincia.


 

La struttura del romanzo

Il romanzo è composto da 21 capitoli, riuniti in 4 parti, e narra la vita dell’omonimo protagonista, seguendo, per episodi, i momenti culminanti della sua vita:

  • La prima parte si svolge tra il 1820 e il 1821. Narra l’inizio dell’ascesa sociale di Gesualdo attraverso il matrimonio con la giovane nobile Bianca Trao.
  • La seconda parte si svolge nell’agosto del 1821, racconta l’ascesa economica inarrestabile di Gesualdo ed il suo trionfo sulla nobiltà.
  • La terza parte si incentra sulla figura di Isabella, figlia di Gesualdo e Bianca e sul trasferimento della famiglia nel Podere di Mangalavite per poter sfuggire all’epidemia di colera (primavera del 1837-1838).
  • La quarta parte, che si apre alla vigilia della rivoluzione del gennaio 1848 e si conclude qualche mese dopo, narra la decadenza di Gesualdo che si ammala di tumore allo stomaco e muore in solitudine.

La narrazione, essendo incentrata su episodi della vita di Gesualdo, prevede salti temporali di anni (narrati attraverso la tecnica del riassunto) e non procede in maniera lineare ma frantumata con salti e interruzioni che mettono in rilievo le vicende salienti.
La struttura binaria che ne I Malavoglia è esterna e contrappone il mondo dei sentimenti autentici (la laboriosità e l’onestà dei Malavoglia) e quello dell’inautenticità e dell’egoismo cinico dei paesani, in Mastro-don Gesualdo si basa invece su una contrapposizione interna al protagonista tra la logica della roba e quella dei sentimenti.


 

Breve riassunto

Parte I (Cap.1-7) - Un incendio scoppia nel vecchio e cadente palazzo dei nobili Trao e tutto il paese si mobilita per aiutare a spegnerlo. L’incendio blocca nella stanza di Bianca Trao  il cugino Ninì Rubiera con cui la ragazza ha una relazione clandestina. Ninì non può fuggire e viene scoperto da don Diego, fratello della ragazza. E’ una vergogna per l’onore della famiglia Trao legata ai valori del passato.
Per porre rimedio allo scandalo don Diego Trao si reca nel palazzo della baronessa Rubiera, madre di Ninì, per ottenere il matrimonio riparatore.
Ma Bianca è una giovane nobile decaduta e non ha una dote per cui la baronessa Rubiera, madre di Ninì, si oppone al matrimonio tra i due cugini.
I nobili del paese, tutti imparentati tra loro, si danno quindi da fare per trovare una soluzione e combinano un matrimonio tra Bianca e Mastro-don Gesualdo, ricco possidente di origini umili, che sposando Bianca che è nobile, anche se decaduta e senza dote, entra automaticamente a far parte delle famiglie potenti del paese.
Bianca dopo un ultimo colloquio con Ninì capisce che egli non andrà mai contro il volere della madre per sposarla, decide, nonostante l’opposizione dei fratelli contrari al matrimonio con un borghese, di acconsentire al matrimonio con Gesualdo.
Anche Gesualdo capisce che avere l’appoggio delle famiglie aristocratiche gli può essere di grande utilità per la sua ascesa sociale e i suoi affari e si convince a prendere in sposa la ragazza. Egli comunica la decisione alla serva Diodata, una trovatella al suo servizio, devota e dedita a lui, con cui ha avuto due figli illegittimi.
Le nozze si celebrano fra l’ostilità generale. Al matrimonio non partecipano né i famigliari di lui, che disapprovano il matrimonio con una giovane spiantata, né i nobili del paese, per alterigia di casta. I conflitti tra Gesualdo e i suoi famigliari si acuiscono, in particolare con il padre Nunzio e la sorella Speranza.


Parte II (Cap.1-5) - Gesualdo lavorando sodo diventa il più ricco del paese, trionfando all’asta per le terre comunali,  che riesce a togliere alla famiglie nobili che le avevano amministrate fino ad allora, e cercando di trarre vantaggio dalla rivoluzione carbonara (del 1820 ma da Verga attribuita erroneamente al 1821).
Don Diego Trao muore di tisi e dal matrimonio tra Gesualdo e Bianca (anche se nel corso del romanzo si insinua il dubbio che il padre possa essere Ninì Rubiera) nasce una figlia, Isabella, che nasce inaspettatamente proprio in casa Trao, nel periodo in cui Bianca vi si era recata per piangere il fratello. Isabella che viene educata in un collegio di Palermo.
Una compagnia teatrale arriva a Vizzini e Ninì Rubiera si invaghisce di Aglae, la prima attrice. Per conquistarla si indebita con Gesualdo. La madre di Ninì, la baronessa Rubiera quando lo viene a sapere minaccia di diseredare il figlio ma un colpo apoplettico la rende paralitica, anche se lucida mentalmente non può più muoversi né parlare e quindi impossibilitata ad attuare la sua minaccia.


Parte III (Cap.1-4) - Per sfuggire al contagio del colera Gesualdo si rifugia con la famiglia nel Podere di Mangalavite. Anche Isabella deve abbandonare il collegio di Palermo e recarsi in campagna con la famiglia.
La ragazza, sedicenne, dopo il lungo periodo trascorso in collegio tra altre ragazze nobili, in una realtà ovattata deve ora confrontarsi con la vera realtà. Ella avverte la distanza tra l’educazione ricevuta e le sue aspirazioni con la semplicità e la rozzezza del padre, di cui si vergogna. A Mangalavite frequenta il cugino Corrado La Gurna, rimasto orfano in seguito al colera e portato dalla zia Cirmena a Mangalavite, ospite di Gesualdo. Corrado scrive poesie e Isabella rimane affascinata da lui. I due ragazzi si innamorano e mentre Gesualdo è assente perché accorso al capezzale del padre Nunzio morente, si incontrano di nascosto. Gesualdo tornato a Mangalavite scopre la tresca tra i due ragazzi rinchiude la ragazza in collegio. Ma Isabella compromette definitivamente la sua situazione fuggendo con Corrado. Gesualdo deve trovarle in fretta un marito. Corrado è povero e il matrimonio tra i due cugini non è quindi possibile e quindi la scelta di Gesualdo  cade sul duca di Leyra appartenente ad una famiglia aristocratica in declino.  Come dote Gesualdo dona molte delle sue terre e poi, quando il duca scopre che Isabella è compromessa, in attesa di un figlio di Corrado, per tacitarlo deve fargli dono di altri possedimenti. L’accordo per il matrimonio condotto da Gesualdo come un affare, si rivela quindi un cattivo affare e l’inizio della sua decadenza economica. La figlia va a vivere a Palermo nel palazzo del Duca di Leyra.


Parte IV (Cap.1-5) - Bianca sempre di salute cagionevole si ammala gravemente. Al suo capezzale si avvicendano i baroni Zacco e poi, di nascosto da loro, i Rubiera. Apparentemente sono visite di cortesia al capezzale della malata, ma la vera ragione è invece di tipo economico. Entrambe le famiglie vorrebbero allearsi con Gesualdo per la questione delle terre comunali (il barone Zacco vorrebbe anche combinare, appena Gesualdo rimarrà vedovo, il matrimonio della figlia Lavinia).
Dopo la morte della moglie Bianca una nuova disgrazia colpisce Gesualdo: Nanni l’Orbo, diventato capo rivoluzionario, viene assassinato e la gente ne attribuisce la responsabilità a Gesualdo. La folla in rivolta individua inoltre in lui il capo dei conservatori. Così, Gesualdo è costretto a fuggire, mentre il popolo in rivolta assalta i suoi magazzini.
In un primo momento cerca di ritrovare la propria tranquillità a Mangalavite, ma già malato gravemente di tumore allo stomaco, accetta infine  la proposta di Isabella e di andare a stare a Palermo presso il genero, per essere curato dai medici della città.
Vecchio ed ammalato lascia il paese salutato solo da Diodata e da un manovale, Nardo, che gli è stato sempre fedele. A Palermo, ormai nella fase terminale della malattia, Gesualdo si sente un estraneo. Tenta invano di fare testamento per riconoscere qualcosa anche ai suoi figli illegittimi (i figli avuti da Diodata) per un tardo rimorso di coscienza, ma il genero duca di Leyra riesce a rinviare l’arrivo del notaio.
Gesualdo, pur essendo diventato ricco e potente, non riuscirà neppure in punto di morte a scrollarsi di dosso il retaggio delle sue umili origini per le quali viene disprezzato dalla stessa servitù di palazzo alle cui cure è affidato.
La sua agonia e i suoi lamenti vengono considerati dai domestici, indifferenti e malevoli, un capriccio. Egli muore così solo, nella foresteria della residenza del genero, senza il conforto della figlia e fra lo sprezzo e il pettegolezzo dei servitori.

 

Inizio del romanzo

Svanisce l’atmosfera mitica e primitiva de I Malavoglia e già dalle battute iniziali di Mastro-don Gesualdo prevale subito l’azione. Momento chiave del capitolo è infatti la carrellata d’apertura sul paese svegliato dall’incendio di palazzo Trao. Prevalgono  la  concitazione e l’agitazione e Gesualdo vi appare da subito insieme ai principali personaggi.
La figura di Gesualdo spicca per essere tra tutti gli intervenuti per prestare soccorso durante l’incendio, quasi tutti inefficienti ed inetti, come il più attivo e coraggioso. Ma da subito viene fatto capire che non si  tratta di altruismo nei confronti della famiglia Trao ma di amore per la proprietà: la sua casa è infatti adiacente a Palazzo Trao e Gesualdo teme che l’incendio possa estendersi anche alla sua casa.


 

La roba

Quando inizia la narrazione Gesualdo ha già raggiunto una buona posizione economica, è un proprietario terriero e un imprenditore di opere pubbliche. Con una serie di flashback vengono raccontate le sue umili origini, la sua intraprendenza e l’amore al limite della devozione per la roba.
La roba è un concetto fondamentale nella poetica di Giovanni Verga. Il termine si riferisce ai beni materiali di una persona. Il culto per la roba diventa la ragione di vita e una passione divorante che finisce per rendere Gesualdo vittima della sua ambizione.


 

Titolo

Mastro-don Gesualdo racconta la storia di un mastro (un muratore) che diventa un ricco borghese (don).
L’accoppiamento dei due prefissi mastro e don attraverso una lineetta (mastro-don) sottolinea da subito la conflittualità sociale del protagonista: un mastro che si allontana dalle sue origini plebee e pur conquistandosi l’appellativo di don non riesce a far dimenticare la sua umile origine, di qui l’unione dei due appellativi tramite una lineetta:

  • Il termine mastro, dal latino magistrum (maestro), veniva utilizzato per gli artigiani, i muratori (come era stato Gesualdo) e i falegnami.
  • Il termine don, dal latino dominus (signore), veniva utilizzato, oltre che per gli uomini di Chiesa, anche per persone di un livello sociale elevato.


 

Conclusione

Nel capitolo conclusivo del libro Verga descrive l’ultimo atto della vicenda umana del suo personaggio: la malattia e la morte del protagonista.
Mastro-don Gesualdo consapevole dell’approssimarsi della fine, preda dei rimorsi vorrebbe risarcire in qualche misura i due figli illegittimi avuti dalla serva Diodata e stabilire con la figlia Isabella un rapporto più profondo ed intimo. Egli cerca disperatamente di trasmettere alla figlia il proprio amore per la roba nel tentativo di salvare, insieme alle sue ricchezze, il senso stesso della sua vita, creando una continuità, una tradizione con la figlia.
Ogni suo sforzo però è vano: padre e figlia dimostrano un’insanabile incapacità di comunicare e di condividere gli stessi valori.
Gesualdo, solo e abbandonato, muore tra il disprezzo e l’ostilità della servitù del palazzo.
Mastro-don Gesualdo finisce nel nulla come la sua roba.


 

I PERSONAGGI PRINCIPALI

Il protagonista:

  • Mastro-don Gesualdo: Il libro si incentra su un unico protagonista, Gesualdo, un uomo del popolo che per tutta la vita lavora per ammassare roba, cioè terre, poderi e denari e sacrifica tutto per l’avidità di ricchezza.
    Gesualdo Motta è un mastro (un muratore) che si affatica tutta la vita, levandosi il pane di bocca, lavorando dall’alba a notte fonda, prima a cottimo, poi prendendo piccoli appalti, e un po’ per volta estendendo il suo raggio di azione a speculazioni sempre più ardite. Non è  propriamente un uomo avido e avaro ma è mosso da una forte volontà di riscatto e di affermazione sociale.
    La sua scalata sociale lo vede da semplice mastro plebeo diventare ricco possidente a cui compete l’appellativo di don, solitamente riservato ai notabili, a costo non solo di fatiche e rinunce ma anche degli affetti più cari. La sua ascesa sociale lo sradica dal mondo da cui proviene, degli umili, senza che lui riesca veramente ad integrarsi nel mondo dei ricchi. Sempre in lotta con la famiglia, abbandonato dai suoi simili che si sentono traditi e respinto dai nobili che lo considerano con spregio rimane isolato sia dal gruppo sociale di provenienza, sia da quello a cui ambisce appartenere.
    Anche il matrimonio con la giovane nobile Bianca Trao e la figlia che avrà da lei, Isabella, accentueranno il suo isolamento, entrambe gli resteranno sempre estranee e lontane, appartenenti ad un mondo troppo diverso culturalmente.
    Nel finale Mastro-don Gesualdo in drammatica solitudine assiste al fallimento completo delle sue aspirazioni e della sua vita. E’ un vinto sconfitto dalla tragica legge per cui nessuno può aspirare ad essere diverso da quello che è ed ogni aspirazione al progresso si risolve inevitabilmente in un tracollo radicale.



Le figure femminili:

Le figure femminili di Diodata, Bianca e Isabella rappresentano il mondo dei sentimenti privati che Gesualdo trascura per raggiungere il successo pubblico. Tutte e tre hanno un ruolo importante in quanto assolvono la funzione narrativa di far esplodere nel protagonista le sue contraddizioni interiori tra la roba e i sentimenti:

  • Bianca Trao: Bianca è una giovane di famiglia nobile decaduta che essendo senza dote, non può sposare il cugino Ninì che l’ha sedotta e di cui è innamorata. La prende in sposa, Mastro-don Gesualdo, lui, rozzo e ignorante contadino, vuole in tal modo migliorare la propria condizione sociale. Delusa dal comportamento del baronello Ninì Rubiera, Bianca accetta, nonostante l’opposizione dei fratelli, il matrimonio con Gesualdo costretta dalla sua situazione economica, ma troppo diversi per cultura e estrazione sociale non riuscirà mai a volergli veramente bene.
  • Diodata Limoli: Diodata è l’umile serva di Gesualdo, colei che gli è stata più vicino e che più ha partecipato alla sua ascesa. Essendo una trovatella (come dice il nome: data da Dio), non può aspirare a sposare Gesualdo, da cui pure ha avuto due figli.
    Diodata è una figura di grande intensità, è segnata dal destino sin dalla nascita, abbandonata in orfanatrofio, forse di nobili origini, figlia illegittima nata da una relazione clandestina.
    Diodata è una creatura dolce e mite caratterizzata da una devozione, fedeltà e rassegnazione immense.
  • Isabella: Isabella nasce dal matrimonio di Gesualdo e Bianca (anche se in alcune parti del romanzo viene insinuato che possa essere figlia di Ninì Rubiera) e viene educata prima nel convento del paese, poi in un collegio a Palermo per famiglie nobili e ciò la allontanerà dal padre di cui disprezza le umili origini.
    Isabella non riesce ad amare il padre, così diverso per carattere ed educazione.
    Anch’ella come la madre si innamora di un cugino, Corrado, che non potrà sposare perché povero.
    Sposa per volere del padre il Duca di Leyra che con le sue spese pazze dissiperà tutto il patrimonio da Gesualdo accumulato con tanta fatica.
    Nell’ultimo capitolo, durante i colloqui con il padre già gravemente ammalato, Bianca non fa che piangere, ma più che un’espressione di affetto o una forma di commozione, è un modo per nascondere la sua incapacità di comunicare con il padre anche in un momento così grave. Ella si esprime solo attraverso le lacrime ed i singhiozzi perché di fatto non sa cosa dire.

Gli altri personaggi:

  • Fratelli Trao: Bianca Trao ha due fratelli, Federico e Diego, rappresentano la vecchia nobiltà feudale. Sono personaggi patetici e anacronistici radicati ad antichi valori e al mondo dell’onore.
  • Baronessa Rubiera: La Baronessa Rubiera rappresenta la nobiltà di origine contadina. E’ una donna di grande energia vitale e forza di carattere. Come Gesualdo è dominata dall’amore per la roba che con tenacia e sacrificio ha accumulato allargando e rafforzando il potere economico della sua famiglia. Nel momento in cui vuole diseredare il figlio, il baronello Ninì, colpevole di sperperare il patrimonio di famiglia, viene colpita da paralisi dovuta ad un colpo apoplettico che la condanna all’immobilità, lasciandola in balia del figlio e la costringe ad assistere inerme al dissipamento di tutti i suoi beni.
  • Ninì Rubiera: Figlio della Baronessa Rubiera, seduce e abbandona Bianca. E’ un uomo senza qualità. Accetta di buon grado la decisione della madre di non fargli sposare Bianca Trao perché senza dote. Si innamora di un’attrice per la quale si indebita e finisce infine per fare un matrimonio di convenienza sposando donna Giuseppina Aloisi, una vedova più vecchia di lui.
  • Duca di Leyra: Rappresenta la raffinata e futile aristocrazia palermitana. Appartiene ad una grande casata palermitana che è in decadenza economica per cui si accorda con Gesualdo per sposare la figlia Isabella in cambio di una ricca dote. Quando si accorge che Isabella è incinta (del cugino Corrado), riesce ad ottenere altri poderi in dono per non scatenare lo scandalo.
  • Marchese Limoli: Il marchese Limoli,  zio di Bianca, spicca tra le figure dei nobili, in quanto l’unico disposto a dare una mano a Bianca e a Isabella.
  • Canonico Lupi: Il canonico Lupi è un uomo di chiesa dedito a concludere affari redditizi più che a esercitare la sua vocazione. E’ intermediario fra borghesi e nobili nella stipulazione di accordi e trattative.
  • Nunzio Motta: Nunzio Motta, padre di Gesualdo, è una figura gretta e meschina. Niente a che vedere con lo spessore di padron’Ntoni de I Malavoglia: è ambizioso, caparbio, dispotico, vorrebbe spadroneggiare e far fare al figlio speculazioni sbagliate. Rimprovera a Gesualdo il tradimento delle norme patriarcali (le nuove abitudini di vita,il nome imposto alla figlia che non è quello della nonna ecc.), ma solo perché è geloso di lui.
    Anche in punto di morte Nunzio ha ultimo gesto di rifiuto nei confronti del figlio e muore voltando la testa dall’altra parte e dandogli le spalle.
  • Speranza: Speranza, sorella di Gesualdo, è una donna astiosa e avida sempre pronta, in nome dell’interesse, a gettare fango sul fratello e a danneggiarlo. Pretende che il fratello ripari continuamente alle cattive speculazioni del cognato, Fortunato Burgio.
  • Santo Motta: Santo, fratello di Gesualdo, è un inetto e un vacuo giocherellone, dedito a passare il proprio tempo nelle osterie, vorrebbe vivere e gozzovigliare alle spalle di Gesualdo.
  • Nanni l’Orbo: Nanni l’Orbo è uno dei contadini al servizio di Gesualdo. Diventa marito di Diodata per volere di Gesualdo quando questi decide di sposarsi con Bianca Trao. È una delle figure più grette del romanzo, pronto a tutto per opportunismo. Diventa  capo dei rivoltosi nel 1848. La sua morte sarà, a torto, attribuita a Gesualdo e contribuirà ad aizzargli contro tutto il paese.

 

Stile

Mastro-don Gesualdo segna una fase nuova e diversa rispetto a I Malavoglia e alle novelle. Verga pur mantenendo l’oggettività della narrazione e rimanendo fedele alla poetica del verismo, conferisce maggior rigore e maggiore coerenza narrativa all’intreccio della vicenda, e per contro perde in suggestione poetica.
Dal punto di vista linguistico, la scrittura diventa più elaborata ed anche se non mancano modi espressivi popolari e forme linguistiche che rimandano al dialetto risulta meno lirica e meno espressiva rispetto al linguaggio vivace, gergale, costellato di proverbi e realistico de I Malavoglia.
Non vi è più il coro popolare a condurre la narrazione ma vi è un duplice punto di vista:

  • quello del protagonista, Gesualdo, che rappresenta la borghesia di provincia.
  • E quello del narratore: Verga rinuncia in parte al canone dell’impersonalità e l’autore affiora a volte dal testo.

Verga ricorre molto meno all’utilizzo dell’indiretto libero, riservato quasi esclusivamente a Gesualdo nei momenti cruciali della vicenda per filtrare la narrazione attraverso l’ottica di Gesualdo e presentare le sue riflessioni. Solo in due casi viene utilizzato con la funzione di filtrare i discorsi di un coro di parlanti (come per I Malavoglia): per riportare le invettive dei contadini in rivolta e gli insulti di tutto il paese contro Gesualdo.
La narrazione che ne I Malavoglia risulta compatta e lineare è in Mastro-don Gesualdo frantumata.
Complessivamente Mastro-don Gesualdo è molto meno innovativo de I Malavoglia.








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