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Enea uccide in duello il giovane Lauso – (Trad. Annibal Caro)

(Eneide, libro X, vv. 1208-1314)

Virgilio

Parafrasi del testo

Immagine duello su vaso greco
dipinto su antico vaso raffigurante un duello tra guerrieri

TESTO

PARAFRASI


[1208]...Una grand’asta
prese Mezenzio un’altra volta in mano
e turbato squassandola, del campo
piantossi in mezzo, ad Orïon simíle
quando co’ piè calca di Nereo i flutti,
e sega l’onde, con le spalle sopra
a l’onde tutte; o qual da’ monti a l’aura
si spicca annoso cerro, e ’l capo asconde
infra le nubi. In tal sembianza armato
stava Mezenzio. Enea tosto che ’l vede,
ratto incontro gli muove. Ed egli immoto
di coraggio e di corpo ad aspettarlo
sta qual pilastro in sé fondato e saldo.


[1208]... Mezenzio[1] prese un’enorme asta e brandendola adirato (turbato squassandola) scende in mezzo al campo [di battaglia], simile ad Orione[2] (similitudine per sottolineare l’eccezionale prestanza fisica di Mezenzio) quando andava a piedi sulle profondità del mare ( Nereo[3], qui sta per mare), aveva l’acqua solo fino alle spalle (con le spalle sopra a l’onde tutte), oppure quando dai monti si erge (si spicca), brandendo come bastone il tronco di un vecchio cerro (pianta simile alla quercia) e il suo capo era nascosto tra le nuvole. Così avanzava Mezenzio con le sue armi gigantesche. Enea, appena lo scorge veloce si prepara a muovergli contro. Egli (Mezenzio) incrollabile (immoto) di animo (di coraggio) e di fisico (di corpo) aspetta ben piantato sulla sua mole.


[1221] Poscia ch'a tiro d'asta avvicinato
gli fu d'avanti
: «O mia destra, o mio dardo,
- disse - che dii mi siete, il vostro nume
a questo colpo imploro: ed a te, Lauso,
già di questo ladron le spoglie e l'armi,
per mio trofeo consacro
». E, cosí detto,
trasse. Stridendo andò per l'aura il tèlo:
ma giunto, e da lo scudo in altra parte
sbattuto, di lontan percosse Antòre
fra le costole e 'l fianco, Antor d'Alcide
onorato compagno. Era venuto
d'Argo ad Evandro; e qui cadde il meschino
d'altrui ferita. Nel cader, le luci
al ciel rivolse e, d'Argo il dolce nome
sospirando, le chiuse. Enea con l'asta
ben tosto a lui rispose. E lo suo scudo
percosse anch'egli, e l'interzate piastre
di ferro e le tre cuoia e le tre falde
di tela, ond'era cinto, infino al vivo
gli passò de la coscia. Ivi fermossi,
ché piú forza non ebbe. Ma ben tosto
ricovrò con la spada, e fiero e lieto,
visto già del nemico il sangue in terra
e 'l terror ne la fronte, a lui si strinse.


[1221] Poi appena gli fu a tiro (ch'a tiro d'asta avvicinato gli fu d'avanti), disse: “O mia mano destra, O mio giavellotto, che siete i miei unici Dei (che dii mi siete - prima di un combattimento, gli eroi invocavano l’aiuto degli Dei, Mezenzio invece non rispetta alcun Dio e dichiara di confidare solo sulla sua abilità), imploro il vostro aiuto per questo colpo e faccio voto di dare a te, Lauso (figlio di Mezenzio), le spoglie e le armi di Enea, come attestazione della mia vittoria (per mio trofeo consacro).”
Così disse e tirò la lancia. Stridendo quella giunse a segno (giunto) ma rimbalzò (in altra parte sbattuto) sullo scudo trafiggendo (percosse) Antore tra il fianco e le costole, Antore compagno di Ercole (Alcide[4]). Era venuto da Argo ed era ospite da Evandro[5] [si era stabilito quindi nella città italica di Pallanteo, che occupa l’area dove successivamente sorgerà Roma), e qui sfortunato (meschino) morì per una ferita non destinata a lui (d'altrui ferita). Nel cadere [Antore] rivolse lo sguardo al cielo e sussurrò morendo il dolce nome di Argo (la sua patria lontana). Enea subito tira l’asta verso Mezenzio (ben tosto a lui rispose). Colpì (percosse) anche lui lo scudo trapassando le tre piastre di ferro che con i tre strati di cuoio e di tela ricoprono lo scudo (ond'era cinto) infine passa nel vivo della carne (al vivo) della coscia. Qui si fermò non avendo più forza per proseguire (dopo aver trapassato lo scudo l’asta a perso la sua forza e si ferma nel corpo di Mezenzio).
Alla vista del sangue e del timore sul viso di Mezenzio Enea ricorre ben presto alla spada (ricovrò con la spada) per incalzarlo (a lui si strinse).


[1245] Lauso, che in tanto rischio il caro padre
si vide avanti, amor, téma e dolore
se ne sentí, ne sospirò, ne pianse.
E qui, giovine illustre, il caso indegno
de la tua morte e 'l tuo zelo e 'l tuo fato
non tacerò; se pur tanta pietate
fia chi creda de' posteri, e d'un figlio
d'un empio padre. Il padre a sí gran colpo
si trasse indietro, ché di già ferito,
benché non gravemente, e da l'intrico
de l'asta imbarazzato, era a la pugna
fatto inutile e tardo. Or mentre cede,
mentre che de lo scudo il dardo ostile
di sferrar s'argomenta, il buon garzone
succede ne la pugna, e del già mosso
braccio e del brando che stridente e grave
calava per ferirlo, il mortal colpo
ricevé con lo scudo e lo sostenne.


[1245] Lauso (figlio di Mezenzio), appena vede il caro padre così in pericolo (in tanto rischio) senti in sé tutto l’amore, il timore e il dolore [figliale] e iniziò a gemere e piangere (per lui Mezenzio è un tenero padre e non un tiranno malvagio). [Qui è Virgilio che si inserisce nella narrazione e commenta le vicende rivolgendosi a Lauso] Ed io non tacerò, Lauso (giovine illustre – illustre in quanto lodevole per i suoi nobili sentimenti) l’indegnità (caso indegno) della tua morte, del tuo gesto zelante [perché a difesa del padre] ('l tuo zelo) e del tuo destino ('l tuo fato),  sperando che tanto amore (tanta pietate), abbia comunque il credito dei posteri, visto che è di un figlio per un padre empio [dubita che i posteri attribuiranno valore ad un atto così eroico da parte di un giovane che però è andato a favore di una persona spregevole come Mezenzio]. Il padre dopo il gran colpo ricevuto indietreggiò (si trasse indietro), che ferito, benché non gravemente, era impedito e impacciato nella lotta (era a la pugna fatto inutile e tardo) dall’asta che gli era rimasta conficcata (da l'intrico de l'asta imbarazzato). Ora mentre retrocede (cede), mentre tenta (s'argomenta) di togliere (di sferrar) la lancia dallo scudo (de lo scudo il dardo ostile), il valoroso giovane (buon garzone - Lauso) si aggiunge alla battaglia e del braccio [di Enea] già alzato (già mosso braccio) per colpire Mezenzio con la spada (brando) , ricevette il colpo mortale con lo scudo e impedì che colpisse il padre (lo sostenne).


[1263] E perch'agio a ritrarsi il padre avesse
riparato dal figlio, i suoi compagni
secondâr con le grida; e con un nembo
d'armi, che gli avventâr tutti in un tempo,
lo ributtaro. Enea via piú feroce
infurïando, sotto al gran pavese
si tenea ricoverto. E qual, cadendo
grandine a nembi, il vïator talora,
ch'in sicuro a l'albergo è già ridotto,
ogni agricola vede, ogni aratore
fuggir da la campagna; o qual d'un greppo,
d'una ripa, o d'un antro il zappatore,
piovendo, si fa schermo, e 'l sole aspetta
per compir l'opra; in quella stessa guisa,
tempestato da l'armi, Enea la nube
sostenea de la pugna; e Lauso intanto
minacciando garria: «Dove ne vai,
meschinello, a la morte? A che pur osi
piú che non puoi? La tua pietà t'inganna,
e sei giovane e soro». Ei non per questo,
folle, meno insultava; onde piú crebbe
l'ira del teucro duce. E già la Parca,
vòta la rócca e non pien anco il fuso,
il suo nitido filo avea reciso.
Trasse Enea de la spada, e ne lo scudo,
che liev'era e non pari a tanta forza,
lo colpí, lo passò, passogli insieme
la veste che di seta e d'òr contesta
gli avea la stessa madre; e lui per mezzo
trafisse, e moribondo a terra il trasse.


[1263] E perché il padre avesse la possibilità (agio) di ritirarsi, riparato dal figlio, i suoi compagni gli fecero coraggio con grida di incoraggiamento (secondâr con le grida); e con un nugolo di frecce che gli lanciarono contro tutti insieme (avventâr tutti in un tempo), ricacciarono indietro Enea (lo ributtaro). Enea infuria sempre più feroce, si teneva al riparo dello scudo (gran pavese). Come quando (E qual…talora), cadono rovesci di grandine e il viandante che si è già posto (ridotto) al sicuro nella propria casa (albergo) e vede ogni agricoltore (agricola - latinismo), ogni aratore fuggire dalla campagna; o in un argine (greppo) del fiume o in un antro lo zappatore si ripara (si fa schermo) finchè piove (piovendo) e aspetta il sole per terminare il suo lavoro (compir l'opra); nello stesso modo (in quella stessa guisa), tempestato dai dardi (armi), Enea sostiene la nube della battaglia (pugna) [aspettando che si scarichi]; e intanto minacciando Lauso gli rimproverava (garria): “Dove corri a morire, infelice? e osi più delle tue forze (piú che non puoi)? Il tuo amore filiale (pietà) ti inganna [perché non ti fa vedere il pericolo di morte a cui vai incontro], giovane come sei e inesperto (soro)”. Egli, fuori di senno (folle), non per questo meno lo insultava; per cui sempre più crebbe l’ira del condottiero troiano (teucro duce). Già la Parca[6] restando la conocchia vuota e non ancora completo il fuso [perché Lauso era ancora giovane], il nitido filo aveva tagliato.
Assestò (Trasse) Enea un colpo di spada sullo scudo troppo leggero rispetto alla forza di Enea, che lo colpì e lo trapassò, trapassandogli insieme la veste che la stessa madre [l’immagine della madre introduce il richiamo agli affetti familiari in contrapposizione al mondo crudele e violento della guerra] gli aveva ricamata (contesta) di seta e d’oro ; e lui stesso trafisse e moribondo a terra lo fece cadere (il trasse).


[1293] Ma poscia che di sangue e di pallore
lo vide asperso e della morte in preda,
ne gl'increbbe e ne pianse; e di paterna
pietà quasi un'imago avanti agli occhi
veder gli parve, e 'ntenerito il core,
stese la destra e sollevollo e disse:
Miserabil fanciullo! e quale aíta,
quale il pietoso Enea può farti onore,
degno de le tue lodi e del presagio
che n'hai dato di te? L'armi, che tanto
ti son piaciute, a te lascio, e 'l tuo corpo
a la cura de' tuoi, se di ciò cura
ha pur l'empio tuo padre, acciò di tomba
e d'esequie t'onori. E tu, meschino,
poi che dal grand'Enea morte ricevi,
di morir ti consola». Indi assecura,
sollecita, riprende, e de l'indugio
garrisce i suoi compagni; e di sua mano
l'alza, il sostiene, il terge e de la gora
del suo sangue lo tragge, ove rovescio
giace languido il volto e lordo il crine,
che di rose eran prima e d'ostro e d'oro.


[1293] Ma poi quando di sangue e pallore lo vide coperto (asperso) e preda della morte, gli dispiacque (gl'increbbe) e pianse; e gli parve di vedere davanti agli occhi quasi un’immagine di paterna pietà, e intenerito il cuore gli tese la mano destra e sollevatolo disse: “Infelice fanciullo, quale aiuto (aíta) e quale onore ti può attribuire il pietoso Enea che sia degno della tua morte gloriosa (de le tue lodi) e dei sentimenti nobili che ti hanno portato al sacrificio (presagio) che hai dimostrato (dato di te)? Ti lascio le armi che tanto ti sono piaciute [Enea gli concede il massimo onore che può essere concesso ad un guerriero, quello di conservare le armi] e lascio il tuo corpo alla cura dei tuoi cari, se anche il tuo empio padre ha cura di ciò, ti onori di esequie e di una tomba [Enea rinuncia anche al suo diritto di vincitore di spogliare il cadavere del nemico vinto anzi lo restituisce ai suoi perché lo seppelliscano secondo il costume dei suoi antenati]. E tu, infelice, dato che muori per mano del grande Enea questo sia di consolazione [il fatto di morire per mano di un grande eroe poteva rendere meno amara la sconfitta e più gloriosa la morte]”. Quindi rassicura (assecura) i compagni di Lauso e li sollecita [a prenderne il cadavere e ad averne cura], rimproverandoli (garrisce) se indugiano; e lui stesso (di sua mano) lo alza, lo sostiene, lo deterge e lo solleva dalla pozzanghera (gora) del suo sangue, dove rovesciato giace con il volto languido ed i capelli sporchi (lordo il crine), che prima erano roseo il volto (di rose) e i capelli d’oro.

NOTE

[1] Mezenzio = signore della città etrusca di Agilla, da cui era stato cacciato per la sua crudeltà, venne accolto dai Rotuli.

[2] Orione = mitico cacciatore, dalle dimensioni gigantesche, figlio di Nettuno era stato ucciso da Diana e trasformato dagli Dei, dopo la sua morte, nella costellazione che porta il suo nome.

[3] Nereo = divinità marina, padre delle Nereidi.

[4] Alcide – Ercole = nipote di Alceo.

[5] Evandro = Re della città di Pallanteo e alleato di Enea.

[6] Parca = una delle tre dee da cui dipendeva la vita umana; esse erano rappresentate come tre sorelle che tessevano il destino di ciascuno e, al momento della morte, recidevano il filo della sua vita.

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